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THE ART REVIEW

  • the interview
  • La Collezione MALERBA
  • di Nicoletta Crippa


Nobuyoshi Araki

Gabriele Basilico


Bernardini


Luigi Ghirri


Thomas Ttruth

Curioso, dinamico e sicuramente sempre impegnato. Alessandro Malerba è un collezionista non convenzionale animato da una smisurata passione fotografica e da un’altrettanta dote non comune: il desiderio di condividere la propria raccolta iniziata da oltre trent’anni. Duecentocinquantatré le opere della sezione contemporanea, tra i tanti nomi spiccano quelli di Araki, Ghirri, Fujimoto, Moriyama, Richon, Fontcuberta e Basilico. Una collezione di tutto rispetto che mira ora a una maggiore divulgazione anche tramite il Fondo Malerba appositamente creato.

Nicoletta CrippaCome si diventa collezionisti? E quando ha iniziato?

Alessandro Malerba: «Mio padre ha sempre avuto un grande amore per l’arte. Lui era collezionista di pittura moderna e contemporanea. Ogni stanza di casa mia era ricoperta di tele. Per me, avvicinarmi all’arte è stato un processo naturale sfociato, quasi casualmente, nella fotografia. Ad aiutarmi lungo questo percorso c’è stato l’amico Filippo Maggia che mi ha, in qualche modo, sempre indirizzato al meglio. Alla fine degli anni Ottanta, partendo quasi per gioco, mi sono reso conto di essere diventato un collezionista a tutti gli effetti. Non credo che il collezionismo sia un mero accaparramento di oggetti, ma una scelta consapevole che poi si allinea con il gusto che ognuno matura».

La fotografia è arte o un altro genere di arte’ come disse Man Ray?

«La premessa è che non so cosa sia arte. La fotografia può esserlo ma non necessariamente un quadro o un pezzo di marmo scolpito deve essere arte. Sicuramente è immagine quindi una forma di rappresentare qualcosa che se suscita sentimento e riflessioni può diventare arte con la A maiuscola».

Su quali autori punta di più?

«Sin dall’inizio ho sempre puntato su artisti contemporanei che hanno una produzione, fino al nuovo millennio, rigorosamente in analogico. Quando ho iniziato a collezionare, ovviamente, le immagini erano tutte in analogico e sono rimasto ancorato a questa radice perché non apprezzo la manipolazione artificiale dell’opera. In questo momento però ho inaugurato con la collezione una sezione chiamata ventunesimo secolo dedicata a raccogliere le opere di giovani artisti e di conseguenza fare scouting. Sono interessato, però, ad approfondire anche le mie conoscenze sulla fotografia dell’Ottocento. Vorrei creare una sorta di continuità temporale all’interno della mia collezione. Ho scoperto durante questa mia ricerca che istituzioni pubbliche come il castello Sforzesco hanno un immenso materiale fotografico storico lasciato semplicemente abbandonato a sé stesso, sepolto».

Si parla tanto di investimenti in arte e negli ultimi anni anche in fotografia. Ha senso?

«Se il collezionista non ha nell’animo di essere anche mercante d’arte difficilmente troverà soddisfazione economica nella sua raccolta, perché i veri collezionisti tendono ad accumulare e a non vendere. Se invece s’inizia a muovere la collezione sia in ingresso che in uscita vuol dire che si è anche mercanti. Mercante è chi si fa governare più dalla moneta; il collezionista ha, invece, un atteggiamento economico più disincantato e più attento all’aspetto di ricerca artistica. Si tratta di approcci e di modalità diverse».

Lei non è un semplice collezionista, ma un uomo anche interessato a diffondere la cultura fotografica. Ci racconta del Fondo Malerba?

«Ho la convinzione che qualsiasi collezione debba avere anche uno scopo divulgativo. Non a caso nel 2013 nasce il ‘Fondo Malerba per la Fotografia’. A oggi ci stiamo muovendo con l’idea di coinvolgere quelle che sono le istituzioni pubbliche. A volte è su fficiente smuovere le acque per far sì che gli enti diano il loro contributo. Il nostro obbiettivo è proprio quello di avvicinare gli istituti statali ai privati per creare delle solide collaborazioni. Sicuramente lo spirito sta cambiando in Italia, le istituzioni hanno più voglia di mettersi in gioco nonostante le quotidiane resistenze che incontriamo. Il mio scopo e di tutti i miei collaboratori – perché gestire un fondo richiede tempo e validi colleghi – è far sì che le fotografie chiuse negli archivi possano essere fruibili a tutti. Posso dire che oggi qualche goccia di olio nella macchina burocratica è stata messa anche se ancora troppo spesso siamo costretti a posticipare i nostri progetti per le lunghe tempistiche».

Qual è la differenza tra collezionista e presidente di un fondo come il suo?

«Sarà l’età, ma mi sento in una fase di transizione per cui oggi tendo meno a occuparmi della collezione nel senso stretto delle acquisizioni e mi rivolgo più all’attività del fondo. Non credo che ci sia una netta distinzione tra la figura del collezionista e quella del divulgatore perché si tratta per me di fasi di uno stesso percorso di maturazione. Ritengo che chiunque abbia una collezione dovrebbe abbandonare man mano lo spirito conservativo dell’accumulo a favore di una gioia per la condivisione. In questa prospettiva non sarà considerato il solo valore economico di quanto accumulato, ma si dovrà pensare anche al valore culturale dell’immagine e non dell’oggetto».

Attraverso il Fondo Malerba è possibile valutare l’andamento della cultura fotografica oggi in Italia...

«Sono ancora moderatamente deluso e dico moderatamente perché sono stati fatti enormi passi avanti soprattutto nell’offerta. Oggi si può vedere di più anche lo sforzo da parte delle istituzioni di promuovere mostre di fotografia e dal punto di vista del pubblico c’è un grande interesse anche se ritengo sia più un fatto di moda che non di erudizione vera e propria. Si vuole fruire l’immagine per quello che è senza indagare oltre. Penso che la fotografia abbia avuto più divulgazione come oggetto d’arredamento che non come opera d’arte». Che ci sia un risveglio tuttavia è innegabile».
Ringraziamo per la sua disponibilità Alessandro Malerba, riservando un nuovo invito per dialogare sui svilippi futuri della Collezione.

Nicoletta Crippa