#AImagazine
THE ART REVIEW

  • the interview
  • l’apparenza di ciò che (non) si vede
  • Armin Linke
  • di Andrea Tinterri


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‘L’apparenza di ciò che non si vede’, l’ultima mostra di Armin Linke, curata da Ilaria Bonacossa e Philipp Ziegler, si è appena tenuta al PAC di Milano.

Un confronto con l’autore per capire l’origine e lo sviluppo del progetto di ricerca.
Che cos’è un archivio e soprattutto com’è possibile utilizzare i dati a sua disposizione? In quale nuova forma? Un possibile punto di partenza per riflettere sulla mostra di Armin Linke: ‘L’apparenza di ciò che non si vede’. Un archivio di più di ventimila immagini, scattate in poco meno di due decenni. Fotografie che raccontano di una globalizzazione che connette tra loro spazi culturalmente diversi, intrecciando legami al limite del paradosso. Ma un archivio e quindi la storia può essere qualcosa di mobile, capace di mostrare quello che sotto la cute scorre senza soluzione di continuità, un qualcosa che può essere riletto e quindi messo in discussione in un procedere scientifico, con qualche utile concessione poetica. Linke seleziona esperti di discipline differenti (Ariela Azoulay, Lorraine Daston, Franco Farinelli, Irene Giardina, Bruno Latour, Peter Weibel, Mark Wigley, Jan Zalasiewicz) a cui mostrare parte del suo percorso: “Per ogni interlocutore sceglievo gruppi di fotografie diverse. Volevo che le immagini fossero una molla per far partire un discorso. Alcuni hanno lavorato sul singolo scatto altri, come Farinelli, hanno costruito sequenze fotografiche. Questo passaggio per me è molto utile perché la cosa che mi interessa è anche l’idea del montaggio: la fotografia non come opera finale, ma come qualcosa che innesca un ragionamento. Anche in mostra ho voluto creare l’illusione di un montaggio, ossia far capire quello che succede dopo la fotografia stessa, dopo lo scatto.”
Un archivio come qualcosa da cui prelevare, lontano dalla rigidità di una Storia scritta, soprattutto in un caso come questo, dove le immagini percorrono una globalità contemporanea in cui i muri sono definitivamente crollati e le relazioni risultano ambigue, quasi ironiche. Il paradosso della diciannovesima conferenza sui cambiamenti climatici: un grande stadio, completamente vuoto, all’interno del quale viene posizionato un cubo come sala riunione irradiato da grossi tubi che sparano aria condizionata.
“Ho cercato di usare l’archivio non per bloccare l’opera ma per attivarla, mettere a disposizione il materiale per avere altre voci di lettura, per attualizzare il lavoro. Questa è stata un’operazione che ho condotto anche in un’altra mostra ‘Phenotypes/Limited Forms’ dove ho messo a disposizione mille fotografie che il pubblico poteva selezionare e comporre a parete, per poi sceglierne otto e stampare un libro in tempo reale. L’idea è che le fotografie possano attivare processi e non storicizzare eventi. Vorrei che il mio archivio venisse deburocratizzato e usato come strumento poetico.”
Questo inevitabilmente innesca un altro interrogativo sul ruolo della fotografia, sul ruolo dell’immagine oggi. Interrogativo che viene messo in evidenza nella prima sala espositiva, ma naturalmente evitando una lettura monodirezionale, ma proponendo esempi, mostrando possibili confini di demarcazione di un territorio.
“Mi interessava mettere in dubbio la lettura che posiamo fare delle fotografie che è anche un problema sociale. Se abbiamo gli strumenti per leggere le immagini abbiamo anche gli strumenti per capire com’è disegnato e progettato lo spazio in cui viviamo.” Una sorta di bugiardino da infilare dentro una scatola di medicinali, perché l’utilizzo incurante dei dati a nostra disposizione può essere nocivo alla salute. Una precauzione necessaria prima di inoltrarsi all’interno del tessuto espositivo. Anche perché accedere al PAC, entrare all’interno delle sale della mostra risulta un’esperienza al limite del disorientante. Una perdita di una qualsiasi gerarchia informativa: non esiste una fonte primaria, ma dati sovrapposti, attraverso cui cercare indizi di ricerca, qualcosa di molte distante da una possibile risposta.
“Nel catalogo del progetto tutto il percorso è espresso in maniera molto puntuale, nella mostra invece entra un nuovo elemento che è l’architettura. Il libro è una sorta di storyboard, come fosse una partitura musicale che reagisce al luogo in cui allestiamo la mostra che diventa un paesaggio all’interno del quale muoverti, come in una passeggiata situazionista. Infatti l’esposizione non è allestita per autore, ma per macro temi.”
Il percorso si snoda attraverso pannelli su cui compaiono le fotografie accompagnate da un breve testo scritto dallo stesso autore, in modo da contestualizzare lo scatto. Alcuni spezzoni di interviste ai vari esperi/selezionatori vengono trasmesse da casse poste a fianco delle opere. Una scenografia mobile che restituisce la duttilità dell’esperienza espositiva: “Non volevo intervenire sulle pareti del PAC, lascarle libere, come fossero una scultura spaziale. L’idea dell’esposizione è di portare immagini, testo scritto, suono, architettura, tutto insieme. Un po’ come in un film. Volevo che l’allestimento fosse legato alla tradizione della finzione teatrale.”
Strumenti che diventano link all’interno dei quali nascondere altri dati, in una successione potenzialmente infinita, “la mostra è un ipertesto, come fossero pagine web, portate concretamente nello spazio. Quando accedi alla rete puoi scegliere il tuo percorso cliccando sui vari livelli di interfaccia ed è la stessa operazione che abbiamo cercato di fare attraverso l’allestimento. Puoi navigare nella mostra facendoti guidare dallo spazio, o dal suono, oppure dai testi. Puoi crearti autonomamente il tuo percorso di lettura. Ogni persona che entrerà vedrà una mostra diversa perché ognuno svilupperà il proprio metodo di lettura. Ed è proprio questa apertura che mi interessa.”
Un’esperienza che risponde a una privazione, ossia quella di una fonte unica da cui attingere ossigeno, da cui cercare risposte, informazioni che dall’alto scendono a terra come una pioggia rassicurante. Ma di rassicurante non c’è assolutamente nulla: nemmeno l’ordinata solidità di un archivio può stabilizzare la storia.
“L’idea è che il mondo in cui viviamo è complesso e non può esistere una lettura univoca, ma bisogna accettare una pluralità di risposte. E la mostra è un esercizio proprio in questo. Mi piacerebbe che fosse un esercizio di emancipazione.”

Andrea Tinterri