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THE ART REVIEW

  • the interview
  • Passaggi culturali
  • Francesco Jodice
  • di Andrea Tinterri


Francesco Jodice, Babel, installation, 2011

Francesco Jodice, Capri, The Diefenbach Chronicles, #006, 2013 MOD


Francesco Jodice, Capri, The Diefenbach Chronicles, #013, 2013 MOD


Francesco Jodice, What We Want, Aral, T51, 2008


Francesco Jodice, What We Want, Las Vegas, T23, 2002

Andrea Tinterri: Nella sua ultima mostra presso ‘Camera’, Centro Italiano per la Fotografia di Torino, una parte sostanziale dell’esposizione era dedicata alla fase progettuale. Vorrei mi raccontasse il perché di questa importante presenza.

Francesco Jodice: «Nel lavoro curatoriale, condiviso con Francesco Zanot, si è deciso che l’opera finita e la fase metodologica del mio lavoro dovessero avere un’importanza equivalente. È stato fondamentale strumentalizzare il mio percorso per raccontare un passaggio culturale che sta avvenendo nella fotografia e nell’immagine italiana. Ossia il fatto che tutta una fase di ricerca, di metabolismi, di processualità, hanno lo steso valore dell’opera compiuta, incorniciata e allestita come siamo abituati a vedere. Quindi, letteralmente, nello spazio fisico di Camera i progetti finali e tutto l’iter procedurale erano allestiti come fossero sullo stesso piano. Volevamo che i processi e le opere avessero lo stesso peso e importanza».

Questa particolare attenzione alla fase progettuale è riscontrabile anche in una nuova generazione di fotografi/ricercatori (la fotografia è spesso solo una parte del percorso linguisticamente più complesso) che sono stati suoi allievi; mi riferisco al lavoro di Alessandro Sambini, a quello dei Cool Couple e a quello dei Discipula. Crede di aver innescato una scuola, o comunque un nuovo modo di approcciare al fotografico?

«Personalmente sono ostile alla definizione di scuola in questo momento storico. Non che in passato non ci siano stati esempi di questo tipo, abbiamo casi leggendari come la scuola di Düsseldorf o in Italia, tra gli anni Settanta e Ottanta, la scuola di paesaggio. Gli autori che tu hai nominato e aggiungerei anche un autore della mia generazione come Armin Linke, li considero autori distopici rispetto a una certa tradizione e insofferenti nei confronti di una ritualità manieristica propria della cultura fotografica italiana e europea.
Mi sembra che negli ultimi quindici anni esista un fenomeno internazionale, apparentemente molto colto e molto fecondo fatto di festival auto-organizzati, che in realtà nasconde folklorismo, qualunquismo e approssimazione.
Credo che al di fuori di questo sistema, o solo parzialmente coinvolto in esso, ci siano pochissimi autori che riescono ad avere un atteggiamento meno fotoamatoriale, meno indulgente e estetizzante rispetto a quella che dovrebbe essere l’evoluzione della cultura dell’immagine oggi. Io credo di appartenere a questa cultura, e credo che la generazione successiva, in particolare mi riferisco al lavoro di Alessandro Sambini, Discipula e Cool Couple, abbia sviluppato un senso di insofferenza e una forma di sarcasmo verso tutta quella fotografia innamorata di se stessa e fine a se stessa.
Sono io, spesso, che invito quelli che tu chiami miei allievi, a collaborare con me, perché li considero più vicini alle mie dinamiche rispetto ad autori più riconosciuti, ma forse troppo arroccati su posizioni oggi da rivedere.
Quelli che hai citato quindi non li etichetterei sotto il nome di scuola, ma sicuramente, in questo momento, sono la cospirazione collusiva di un cambiamento radicale della fotografia italiana».

A proposito di legami e collaborazioni con altri autori, mi interesserebbe capire la conversazione a distanza intrapresa con Nanni Valentini nel progetto ‘Primo lavoro’.

«La genesi del progetto ‘Primo Lavoro’ è abbastanza ambigua e felicemente divertente. Flaminio Gualdoni e Walter Guadagnini curavano una piccola mostra dedicata a Nanni Valentini. Per realizzarla avevano pensato che fosse interessante mettere a confronto il percorso di Valentini con quello di un autore contemporaneo. La prima cosa che ho fatto è andare a ricercare alcuni suoi scritti, tra cui uno in cui dice “vorrei ripartire dalle origini della pratica scultorea della ceramica perché vorrei ottemperare all’obbligo di fare delle verifiche come se fosse il primo lavoro”. Questa frase è diventata l’intero dogma del progetto che ho realizzato. Siccome, come tu sai, nella carriera di un fotografo arriva il momento in cui bisogna fare delle verifiche, ho pensato fosse giunto il tempo. Come sempre nel mio lavoro il processo non è mai formale, ma soltanto di senso. E visto che il mio lavoro, negli ultimi quattro o cinque anni, si concentra tutto sull’osservazione della metastasi del sistema culturale dell’occidente, ho pensato che le verifiche dovessero concentrarsi su questo tema, sulla capacità della fotografia di indagare questo momento di deriva del sistema di valori occidentali. Il lavoro si presenta come un montaggio di fotografie satellitari acquisite, in una sorta di immaginario iperrealistico ottenuto da una stampa a 600 dpi. Le immagini rappresentano tutti luoghi significanti della storia recente: il centro della città del Cairo, i dintorni di Tucson, una parte della provincia intorno a Teheran, la periferia di Detroit colpita dalla crisi finanziaria etc. Ho montato queste fotografie intervenendo su esse in due modi: applicandovi dei mirini militari tipici del sorvolamento aereo e nascondendo, per ogni fotografia, tre titoli di film della prima fase della carriera di John Ford quando lavorava per la propaganda istituzionale americana. Film western che servivano a costruire una storia illusoria della realtà americana, che esorcizzasse il senso di colpa per l’espropriazione delle terre alle popolazioni native. Primo lavoro è un progetto artificioso, barocco, dove la fotografia si sporca con una serie di altri materiali: il cinema, la scrittura, strumenti militari. Mentre Nanni Valentini procede con le sue verifiche tornando alla materia pura, io realizzo le mie verifiche tradendo tutto quello che dovrebbe essere l’origine chimica, fisica e tecnologica della fotografia. In questo lavoro, dove la fotografia si presenta come strumento dell’iperreale, io non ho scattato nulla, sono tutte immagini che ho acquisito».

Studiando il suo recente lavoro ‘American Recordings’ ho ripensato al film A History of violence di David Cronenberg.

«Non sono un sostenitore dell’opera recente, degli ultimi venticinque anni, di Cronenberg. Ma A History of violence credo sia un vero capolavoro, un’eccezione nell’ultima produzione di Cronenberg e credo che segua una strada parallela a un’opera fumettistica, poco conosciuta in Italia: Stray bullets di David Lapham. La cosa interessante, per me, di A History of violence è che insiste su un concetto molto importante che viene spesso tautologicamente riportato in superficie da autori di diversi generi come Herbert Asbury nel libro Gangs of New York, oppure da David Chase nelle stagioni dei The Sopranos, oltre a quelli già citati. Il tema secondo il quale l’intera storia della più grande democrazia contemporanea sia fondata sul crimine, che la stessa istituzione americana si basi su un principio criminale.
E credo che il recente confronto tra Donald Trump e Hillary Clinton, figure terribilmente e equivalentemente ambigue, non faccia che confermare questa situazione.
Uno degli aspetti su cui si concentra il mio lavoro ‘American Recordings’ è quello per cui questo favoloso secolo breve, fatto di eventi straordinari è stato anche il racconto di una grande orgia di azioni efferate. Non a caso uno dei testi di riferimento del progetto è stato Hollywood Babilonia di Kenneth Anger e il film che riporto in conclusione al video è la pellicola Society di Brian Yuzna, dove negli ultimi venti minuti un gruppo di ricchi americani si fonde in un’orgia fino a diventare un grande blob di sessualità.
Metafora strepitosa della fine della storia del secolo americano».

Nel 2011 trasforma la facciata del museo d’arte contemporaneo di Zagabria in un ‘social’ a cielo aperto, su cui i cittadini potevano esprimere le proprie impressioni, confrontandosi con un paese e una città che, in quel momento, stava vivendo una trasformazione socio-politica. A che punto siamo oggi nell’immaginario della comunicazione social? È in atto un’involuzione sull’opportunità d’utilizzo dello strumento?

«Credo che sulla parola ‘social’ ci sia la stessa percezione ambigua che c’è rispetto al concetto di fotografia. Spesso viene confuso il dispositivo con l’apparato. Quello che a me interessa oggi è che, obiettivamente, l’uso dei social nel sistema culturale occidentale sia lo specchio di una caduta dell’occidente stesso, una verifica quantistica del punto in cui siamo. Se crediamo che l’occidente sia in una fase marcescente della sua storia l’utilizzo contemporaneo dei social ne può essere una verifica. Mi interessa il fatto che i social siano diventati uno dei luoghi della perversione e anche della rappresentazione del ridicolo della storia dell’occidente contemporaneo». Un impegno coerente, che racconta della caduta di Imperi, di slittamenti culturali, cambiamenti che necessitano una riflessione lucida e distante dagli sbalzi umorali temporanei.

Andrea Tinterri

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