#AImagazine
THE ART REVIEW

  • editoriale
  • La fedeltà si manifesta in forme diverse.
  • di Andrea Tinterri e Christina Magnanelli Weitensfelder

Crediamo che la fotografia sia uno dei linguaggi più complessi da categorizzare, e non solo per l’ambiguo rapporto che intercorre tra la realtà e la sua restituzione, ma per la complessità dell’uso che, dalla sua nascita, è andato sviluppandosi. In questo ultimo numero di #AImagazine - The Art Review si toccano alcune tappe di questa storia spesso in bilico, mettendo sulla pagine la testimonianza di una frammentarietà forse disorientante, ma necessaria perché lo strumento sopravviva e possa emanciparsi. La fedeltà al mezzo è sicuramente una delle prime discriminanti, ossia l’invulnerabilità del prodotto. Pensiamo a Ferdinando Scianna, intervistato sulle nostre pagine, alla sua ricerca quasi sempre leale al bianco e nero, spesso intrappolata nella sua Sicilia, un’antropologia fotografica che si fa impegno, forse anche quando accetta la collaborazione, nel 1987, con il brand Dolce e Gabbana. Un prodotto del Novecento, inscrivibile all’interno di una cultura dell’immagine che vede la fotografia come sincera decodifica di ciò che sta di fronte, ancor meglio se si tratta di un territorio assimilato, conosciuto, partecipato. Ma la fedeltà si manifesta anche in forme diverse, riproponendo la realtà in una definizione irriconoscibile. È il caso dell’ultimo lavoro ‘Tensione superficiale’ di Gianni Pezzani, che proponiamo in anteprima, dove la caduta dell’acqua si mostra in una dimensione che l’occhio umano non riesce a fermare. Come nel caso di Eadweard Muybridge e la ricerca sul galoppo dei cavalli, la fotografia in aiuto alla limitatezza dei sensi, all’indecifrabile velocità della caduta. Ma nel corso della storia si aprono faglie, che addirittura lasciano al pubblico il diritto di definire un proprio racconto e al fotografo, ma il termine è ormai inappropriato, il compito di sintetizzarne il risultato. Franco Vaccari alla Biennale di Venezia del 1972 innesca un processo indipendente dal controllo dell’autore: autoritratti istantanei prodotti dagli stessi visitatori e appesi direttamente alla parete. Il dibattito si fa metafotografico e la fotografia diventa un medium ibrido e spesso volutamente incontrollabile. Ne parla per noi Cristina Casero, inserendo nel dibattito un’altra figura fondamentale come quella di Mario Cresci e creando un ponte ipotetico con una forma di interpretazione della fotografia in cui l’oggetto stampato è solo una delle tappe di un percorso più complesso come quello di Armin Linke e Francesco Jodice. Due personalità con cui è necessario confrontarsi per capire il ruolo del fotografico oggi in Italia, ma non solo. Linke con la riflessione sul suo stesso archivio, sul ruolo che possono assumere nuovamente le immagini interpretate da soggetti diversi, come dimostra l’ultima mostra personale allestita al PAC di Milano. Jodice mescolando linguaggi, sovrapponendoli per una ricerca geopolitica lucida e puntuale sulla società occidentale, anche se con qualche deviazione geografica, degli ultimi vent’anni. Ma se la nostra riflessione è iniziata dal principio di fedeltà è lì che dobbiamo ritornare. E se consideriamo la fedeltà rispetto alla durata nel tempo e la fotografia come un prodotto tecnologico che filtra il mondo, ogni spostamento anche significativo dalla retta via, ogni deviazione che possa ibridare il risultato, ogni manipolazione, deformazione, graffio, è una forma di autoanalisi utile, anzi necessaria, per la sopravvivenza e la metamorfosi di una scrittura sensibile agli umori della storia.