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THE ART REVIEW

  • the interview
  • China Today.
  • Pierre-Alain Croset
  • di Fabio Pradarelli


Five Dragons Temple (Urbanus), 2016

Five Dragons Temple 2 (Urbanus), 2016


La citÇ che va, Fabio Pradarelli – 2015


Tulou, 2016


Urban Toulou (Urbanus), Guangzhou

Pierre-Alain Croset, nato a Ginevra nel 1957, consegue la Laurea in Architecture Architettura all’Ecole Polytecnique Fédérale di Losanna nel 1982 e da quell’anno lavora come assistente di Vittorio Gregotti alla direzione di ‘Casabella’, fino al 1996. Dal 1985 al 1993 collabora con Luigi Snozzi, prima all’EPFL di Losanna, poi come architetto nel suo studio di Locarno (CH). Dal 1995 esercita l’attività come architetto indipendente a Brescia in associazione con Chiara Rovetta. Dopo aver insegnato come professore invitato alla Columbia University (New York) nel 1994, vince nel 1997 la cattedra di professore ordinario di architettura e direttore dell’Institut für Baukunst alla Technische Universität di Graz, diventando Preside della Facoltà di Architettura nel 2001. Nel 2002 viene chiamato per chiara fama al Politecnico di Torino come professore di composizione architettonica, partecipando attivamente al processo di rinnovamento e di internazionalizzazione dell’Ateneo, prima di trasferirsi nel 2015 in Cina per dirigere il Dipartimento di Architettura della XJTLU (Xi’an Jiaotong-Liverpool University) a Suzhou, vicino a Shanghai. Ha pubblicato numerosi scritti, curato edizioni critiche e mostre su numerosi protagonisti dell’architettura moderna e contemporanea, tra cui Gino Valle, Cesare Cattaneo, Le Corbusier, Oswald Mathias Ungers, Luigi Snozzi e Juan Navarro Baldeweg.

Fabio Pradarelli: Vorrei iniziare questa conversazione con un argomento che di recente mi ha fatto riflettere. Rileggendo un numero di ‘Casabella’, il n. 597-598 ‘Il disegno degli spazi aperti’ del Gennaio 1993, mi sono imbattuto in un tema che ritengo estremamente contemporaneo: la contrapposizione tra gli spazi urbani dismessi e il tessuto edilizio esistente, l’interposizione tra ‘isole’(come dice Gianni Fabbri nel suo saggio ‘Per un’architettura dell’inattualità’) e la grande concentrazione urbana. Ti chiedo questo anche in ragione del significato dell’ultima Biennale di Venezia dove alcuni padiglioni nazionali hanno affrontato questo tema. In Cina questo problema è sentito e affrontato o a causa di un territorio così esteso il tema non richiede ancora politiche specifiche? La Cina si pone di fronte al tema di un modello urbano da sperimentare?

Pierre- Alain Croset: «Il problema è veramente complesso, forse troppo per iniziare questa conversazione. Più che una risposta alla tua interessante domanda, cercherò di esprimere alcune considerazioni generali, dal momento che sono quasi due anni che vivo la gran parte del mio tempo qui in Cina. Molte cose stanno mutando rapidamente, perché i cinesi stanno cambiando paradigma. Dopo quasi quarant’anni di forte crescita economica, in seguito all’impulso dato dalla politica di Deng XiaoPing con una forma di neo-capitalismo di Stato molto forte, oggi assistiamo ad un parziale rallentamento dell’economia, e ciò consente un maggior tempo di riflessione. Non si parla più solo di crescita quantitativa, ma proprio di riqualificazione, di riconversione qualitativa, e si tratta di un tema nuovo per la Cina. Nei prossimi quindici anni la Cina intende svilupparsi seguendo un doppio binario. Da un lato, continuerà a crescere con tassi per noi incredibili, con la volontà di inurbare altri quattro cento milioni di persone: si continuerà quindi a proporre il modello delle new towns, nate dal nulla o dal quasi nulla, oppure città di medie dimensioni diventeranno grandi città. Dall’altro lato, c’è la volontà di passare progressivamente da un economia di produzione di massa di beni a basso costo e di scarsa qualità, ad un economia della conoscenza e dei servizi, puntando ad aumentare i consumi interni della classe media. Ma non solo: anche la questione della qualità della vita nei centri urbani è da poco entrata nell’attenzione del governo centrale, e ciò è un fatto nuovo. Le élites cinesi si rendono conto che tante, troppe nuove città sono state costruite male e troppo in fretta, e per la prima volta ci sono movimenti di resistenza contro la spinta all’urbanizzazione forzata, con popolazioni rurali che rifiutano di spostarsi in città. In questo contesto, la mia intuizione è che le riflessioni emerse in Europa trent’anni fa siano oggi di stringente attualità, e questo è senz’altro un dato interessante, specialmente per la nostra generazione che ha vissuto in prima linea questo dibattito. In Europa abbiamo vissuto negli anni Ottanta, e parzialmente negli anni Novanta, una stagione di grandi speranze con certi temi e riflessioni legate all’idea della modificazione, della ricostruzione e della ricucitura, del progetto e del disegno urbano, anche se purtroppo non sempre si sono ottenuti grandi esiti concreti, con il concetto stesso di planning entrato in crisi con la crisi della politica. In Cina, dove le élites dimostrano spesso una capacità di ascoltare, ci si auspica che si possano evitare certi errori. Sarebbe quindi molto interessante vedere svilupparsi a distanza di anni gli stessi dibattiti che abbiamo sviluppato in Europa, con naturalmente molte distinzioni perché le condizioni risultano totalmente diverse. Può essere interessante tentare di mettere l’attuale condizione di transizione della Cina in questa prospettiva storica».

Porli di fronte a problematiche storiche sotto una nuova luce per evitare che non facciano gli stessi errori...

P.A.C.: «Esattamente, proprio perché i cinesi hanno questa capacità straordinaria di imparare dai propri errori, ma anche di imparare dagli errori degli altri. Consideriamo per esempio il problema delle automobili. Ci troviamo ancora in una fase di forte crescita della classe media, che vede nell’automobile uno status symbol, e nessuno finora ha tentato di frenare questo modello consumistico della classe media emergente: si continua quindi a costruire strade e autostrade, operando demolizioni di intere parti urbane per generare grandi assi di connessione, e ci sono ancora pochi esempi di zone pedonali e di limitazione del traffico privato, com’è avvenuto nelle città europee. Sono tuttavia convinto che presto arriveranno politiche di disincentivo dell’uso dell’automobile, perché non si può andare avanti con certi livelli di inquinamento che aumentano, con venti milioni di auto in più ogni anno. Quando questo cambiamento avverrà, sarà probabilmente operato con estrema rapidità».

Mi sembra di capire che una volta individuato il problema non si facciano troppi scrupoli per affrontarlo intervenendo anche con decisioni certo non popolari, ma sicuramente efficaci.

«Infatti, sono pienamente consapevoli che governare bene sia l’unica possibilità di sopravvivenza del partito unico. Nel governo di questo immenso paese ci sono battaglie politiche molto violenti, che si fondano spesso sulle ricerche espresse dalle grandi Università Statali: ciò che appare agli occhi occidentali come un vero e proprio miracolo di efficienza, per esempio realizzare in pochi anni una nuova linea ferroviaria ad alta velocità di tremila chilometri, è in realtà il frutto di decisioni logiche fondate sull’ascolto degli esperti. Ci sono ovviamente in Cina molti problemi gravissimi e tante disuguaglianze, ma c’è anche la consapevolezza della classe politica che debba necessariamente rinnovarsi e migliorarsi per poter sopravvivere. Per esempio, se il tema dell’inquinamento dovesse diventare la prima preoccupazione del popolo, la classe dirigente potrebbe decidere da un giorno all’altro di far chiudere anche duecento acciaierie, provocando anche milioni di disoccupati, pur di sopravvivere e auto-riprodursi».

Torniamo al tema della città e del territorio: il problema ancora irrisolto tra sprawl e densità, tra vuoti e pieni e il loro rapporto.

«In realtà questo tema non può essere affrontato in Cina come si farebbe in Europa o in America. Da molti anni la crescita urbana viene governata in Cina seguendo un modello che chiameremmo in Italia quello della ‘città metropolitana’: un complesso di più città fortemente collegate tra di loro, come lo sono per esempio Milano, Como, Bergamo e Brescia, ma a differenza dell’Italia dove non si è mai riuscito a far nascere nuove forme di governo sovraccomunale, in Cina esiste veramente il principio di un governo a scala territoriale. Questo fenomeno è anche stimolato dalla forte rivalità politica tra le città, perché i sindaci delle grandi città crescono nell’apparato di partito sulla base dei risultati delle loro politiche urbane. Conosco bene il caso di Suzhou dove vivo e lavoro, cresciuta molto velocemente negli anni recenti fino a raggiungere quattordici milioni di abitanti. Questa crescita è solo parzialmente legata all’intensità delle nuove costruzioni, perché in realtà ciò che cresce di più è il perimetro di influenza del governo cittadino, che aumenta con successive annessioni di altre città di minore importanza. Le città vengono messe in rete, a cominciare dal trasporto pubblico e dall’alta velocità, che hanno cambiato i rapporti geografici tra i singoli territori. Dobbiamo sempre ricordare che siamo di fronte a numeri impressionanti: Shanghai come città-provincia ospita oggi circa venticinque milioni di abitanti, ma se aggiungiamo città satellite come Suzhou e Wuxi, raggiungibili in solo trenta minuti di treno, si arriva a più di quaranta milioni di abitanti, l’equivalente di una nazione europea. Non si può quindi parlare di un classico ‘sprawl’ (n.d.r. ‘diffuso, sparpagliato sul territorio’) nel senso di piccoli aggregati nel territorio, in quanto conta ancora molto una cultura del planning molto forte e centralizzata».

Questo è dovuto ad una situazione territoriale specifica molto diversa da quella europea, con grandi spazi ancora da antropizzare, o forse da altri fattori tipici della cultura cinese?

«Non dobbiamo dimenticare che la Cina da sempre è stato un paese densamente popolato, e quindi con un territorio intensamente antropizzato, ragione per la quale i Cinesi hanno inventato il ‘feng-shui’, fondato su un principio di armonia e di rispetto del suolo per poter garantire il nutrimento di questa numerosissima popolazione. Era quindi necessario garantire un uso parsimonioso del territorio, e sono nati i piccoli villaggi come nuclei di densità nel paesaggio, talvolta molto ravvicinati tra di loro. L’idea dello ‘sprawl’ è di fatto contraddetta da questa costante attenzione al tema della densità, presente anche in questi antichi villaggi sparsi nel territorio».

Vorrei portare il discorso anche su un altro terreno: dopo i grandi processi di trasformazione urbana degli ultimi decenni, ci troviamo di fronte ad una assenza di modelli unificanti, che potremmo definire come occasione di una condizione liberatoria per l’estemporaneità architettonica; mi sembra che queste emergenze di tanti architetti occidentali l’abbiamo fatta da padrone negli ultimi anni. Che ne pensi di questo? oltre ai modelli che mi hai descritto cosa pensi che avverrà in Cina?

«Un fenomeno unico e specifico che si è sviluppato in Cina è quello relativo alla creazione di centinaia di nuove città in un intervallo di tempo decisamente breve, il tutto pianificato a tavolino, con la decisione per esempio di far nascere queste città lungo i percorsi dei grandi assi ferroviari, a distanza magari di venti o trenta minuti di viaggio tra l’una e l’altra. Per fare un esempio, tra Shanghai e Pechino il treno si ferma una decina di volte in luoghi che prima non esistevano neppure, attorno alle stazioni nascono città progettate per uno o due milioni di abitanti.
Questo fenomeno è unico, anche se possiamo collegarlo con la tipologia delle città di fondazione dell’era moderna che si è sviluppata in molti paesi europei e sudamericani. Ciò che è del tutto nuovo per la Cina è la consapevolezza che queste città nate dal nulla e replicate seguendo modelli standard, spesso di stampo americano, siano luoghi senza anima e prive di genius loci, e di fatto spesso mezze vuote.
Il tema dell’identità culturale sta diventando sempre più centrale nel dibattito politico, e ciò viene percepito a livello dei piani di sviluppo locale, si sta cercando di ricreare un senso di appartenenza al luogo specifico. Si associa sempre più spesso il concetto di identità a quello della qualità urbana. In questo contesto, la figura del paesaggista si sta sviluppando velocemente come professione nuova in Cina, riconosciuta talvolta come figura persino più importante di quella dell’urbanista, perché insieme agli architetti dovrebbe aiutare a ricreare quella identità persa nel costruito di bassa qualità. Molte città nuove sono disabitate, sono state usate come serbatoio per gli investimenti speculativi, e come i Cinesi hanno il terrore di una possibile, sconvolgente bolla immobiliare, faranno di tutto per migliorare, e talvolta riconvertire e rigenerare città appena costruite, anche prima che siano davvero abitate e vissute».

A questo punto, dove sono rivolti gli interessi degli architetti e degli studenti cinesi di oggi? Più precisamente guardano ad una cultura storicizzata come da noi in Europa, oppure verso il mondo anglo-americano che è notoriamente più pragmatico e più semplicistico nell’affrontare i temi dell’urban planning?

«È molto difficile rispondere in termini generali, perché il campione degli studenti con il quale ho un rapporto diretto è un po’ particolare. La XJTLU è la prima Università Internazionale in Cina, fondata solo dieci anni fa, un ateneo indipendente e privato con tasse molto alte, e di conseguenza raccoglie studenti di una classe sociale medio alta, quella nuova borghesia cinese di cui abbiamo parlato precedentemente. Gli studenti alla fine degli studi conseguono un doppio titolo di studio sia cinese (XJTLU) sia inglese (Liverpool University). Il modello educativo è sostanzialmente inglese, con da una parte una forte componente pragmatica, legata agli aspetti professionali che gli studenti dovranno affrontare una volta finito gli studi, dall’altra una componente di ricerca personale al fine di acquisire una propria autonomia di pensiero critico. Cerchiamo di privilegiare un approccio critico al tema dell’identità specifica del luogo in cui gli studenti sono chiamati a lavorare, prendendo in considerazione la dimensione sia geografica sia storica del luogo. Noi come osservatori stranieri siamo affascinati da questa cultura ‘altra’ degli studenti, per noi nuova, cerchiamo di capire meglio gli sviluppi del loro pensiero; invece loro spesso hanno difficoltà a capire i nostri modi di ragionare criticamente proponendo domande piuttosto che risposte, perché spesso sono prima di tutto affascinati dai discorsi sull’innovazione, sulla tecnologia, con un approccio funzionalistico o puramente formalista. La metodologia di insegnamento cinese, considerata da un punto di vista europeo, risulta piuttosto arretrata, il loro liceo è molto nozionistico, impostato sul far imparare tutto a memoria, senza attenzione allo spessore storico del proprio paese, non hanno basi umanistiche. Paradossalmente siamo più noi occidentali che i cinesi stessi a cercare di approfondire la conoscenza della loro cultura».

Mi interessa particolarmente questo punto per capire meglio quale possa essere poi l’approccio sul lavoro di un architetto in Cina; il rapporto con il territorio e il modo di affrontare progetti e problemi tipici di questo lavoro.

«In seguito alla mia recente esperienza in Cina, posso affermare che molti studenti imparano in fretta, riuscendo a costruirsi una buona cultura critica durante gli studi universitari, portando poi questo bagaglio di esperienza nella professione. La loro crescita culturale è veloce, grazie a una grande capacità di concentrazione e di apprendimento. Sono convinto che quello che stiamo facendo darà i suoi frutti, già adesso abbiamo riscontri molto positivi sul collocamento dei nostri laureati nei migliori studi professionali e nei Master delle migliori Università negli Stati Uniti o in Europa. La figura professionale che cerchiamo di formare è una figura nuova in Cina: un architetto intellettuale, critico di fronte alla globalizzazione, capace di agire con una grande sensibilità per i caratteri specifici dei luoghi. Se questo modello sperimentale di università internazionale, finora unico in Cina, dimostrerà un pieno successo, allora il governo proporrà di riprodurlo in futuro. L’idea di un modello internazionale e multiculturale di educazione dovrebbe servire per promuovere una doppia cultura, utile per riflettere sia localmente sia globalmente in Cina. Un modello che mi piacerebbe promuovere al mio ritorno in Italia, dove nonostante la buona preparazione forse ci si è impoveriti, con limitate possibilità di affermare una visione più ampia e un rinnovamento più profondo delle Università, a parte rare eccezioni. Quando parlo con i miei colleghi italiani percepisco un autentico bisogno di novità che potrebbe venire, perché no, anche dalla Cina».

Siamo sempre un po’ restii quando si tratta di condividere le cose con altre culture, quasi ci si ponesse sempre come portatori di ‘verità culturali’ , del ‘sapere occidentale’, della ‘storia dell’architettura’; credo tuttavia che ne avremmo bisogno se non altro per sprovincializzare il dibattito e portarlo su tematiche a più ampio respiro.

«È vero che è importante sprovincializzare il dibattito, ma è forse ancora più importante promuovere con un certo orgoglio la cultura italiana, senza compiacimento ma con una giusta misura, forti della consapevolezza che i Cinesi dimostrano in ogni occasione la loro grande ammirazione e rispetto per l’Europa in generale, e per l’Italia in particolare, che apprezzano come un paese dalla cultura millenaria. Questo è un elemento importante per poter sviluppare delle alleanze strategiche, nonostante una tradizionale diffidenza».

Una cosa ancora: dalla tua posizione di osservatore diretto come pensi che ci si stia ponendo nei confronti della necessità di una architettura più sociale, è un tema sentito ora anche in Cina? Mi riferisco ad una architettura non autoreferenziale ma che guarda piuttosto a quello che succede sul territorio.

«Finora gli architetti occidentali hanno guardato alla Cina come paese della ‘bigness’, affascinati dalle grandi infrastrutture e dalle nuove città cresciute in modo esponenziale, efficiente e velocissimo, dimenticando di interessarsi ai problemi della vita quotidiana dei Cinesi. Dal più profondo del paese, e spesso in luoghi del tutto sconosciuti, sta invece emergendo una nuova generazione di architetti che hanno iniziato a occuparsi di architettura a scala piccola e talvolta piccolissima, è un processo che parte dal basso, spesso con risvolti sociali molto interessanti. Nascono iniziative progettuali legate alle città di piccole dimensioni e ai villaggi, dove gli architetti per la prima volta cercano di migliorare la qualità dei servizi, per esempio un asilo nido, una biblioteca o ancora un centro per anziani. Se fino a ieri gli architetti (il più delle volte grandi studi di progettazione e di ingegneria) erano chiamati a intervenire solo sulla grande scala, si sta ora affermando in Cina la figura di un professionista nuovo, che opera direttamente sul posto a stretto contatto con i suoi abitanti. Mi viene in mente a questo proposito la bella espressione usata da Vittorio Gregotti per parlare dell’azione di Luigi Snozzi a Monte Carasso: un architetto ‘condotto’ che vive ed opera in quel territorio, e che introduce un nuovo modo di lavorare strettamente collegato al tema dell’identità e del ‘genius loci’. Sino ad oggi gran parte dello sviluppo si è concentrato sulle città costiere da Shanghai a Canton e Shenzhen, ma ora l’attenzione si sta spostando anche nell’interno e verso territori prima privi di interesse. Contemporaneamente si sta sviluppando anche una urbanizzazione ‘soft’, che significa riutilizzare l’esistente e densificare situazioni preesistenti. Questo porta alla necessità di tanti nuovi professionisti operanti sul territorio, che qui chiamiamo ‘architetti indipendenti’ che lavorano su singole realtà locali. Mentre prima tutto era concepito e progettato nelle grandi città e poi imposto dall’alto nei piccoli centri, ora ci troviamo di fronte alla nascita di una nuova classe di architetti che potranno operare su piccola scala, come era successo anche in Europa con il fenomeno del decentramento politico, in Francia prima e poi nella Spagna dopo la caduta del regime di Franco, con una disseminazione delle buone pratiche progettuali su tutto il territorio. Alcuni architetti in questi ultimi anni sono riusciti ad aprire i propri studi anche in piccole città evidenziando come questo sia un tema completamente nuovo per la Cina. Parliamo di professionisti che operando a piccola scala sono a più stretto contatto con le problematiche sociali, riuscendo a controllare in modo forse più consapevole la qualità dei loro progetti. Ad oggi sono ancora pochi gli architetti realmente indipendenti, perché i pochi che vengono pubblicati sulle riviste sono apparentemente indipendenti, mentre spesso sono legati alle grandi università di stato, e quindi servono al governo per far vedere che i professori svolgono anche un ruolo sul territorio. Le università di stato sono ancora centri di controllo e di concentrazione anche a livello professionale. Si sta pensando comunque in Cina di regolamentare e liberalizzare la figura dell’architetto indipendente, una nuova visione comunque si sta affacciando all’orizzonte, slegata dai grandi gruppi di potere, una visione che sicuramente porterà benefici sul territorio. È un progetto culturale e politico al quale cerchiamo di contribuire con il piccolo Dipartimento di Architettura che sto dirigendo alla XJTLU di Suzhou».

Ringraziamo l’Architetto Pierre-Alain Croset, per l’attenta analisi che ci ha fornito e che sarà senz’altro per noi spunto di indagine.

Fabio Pradarelli