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THE ART REVIEW

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  • Prodigiosa verità.
    Luigi Presicce
  • di Domenico Russo





La benedizione dei pavoni

«Non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne.» San Paolo

Luigi Antonio Presicce (1976, Porto Cesareo, Lecce) è maestro cerimoniere che inscena performances private in abitazioni, chiese, palazzi, cave, spiagge, preferendole a luoghi istituzionali quali musei e gallerie.
Creazioni visive, quadri vivi, le sue performance oltre a questo sono narrazioni alchemiche che assembrano simbologie massoniche, cristiane, folcloriche e storiche in un grande elogio dell’esistenza che unisce sacro e profano. Opere distribuite in un tempo ipotetico non circoscritto all’oggi ma aperto alla Storia, al centro del quale primeggia egli stesso nel ruolo d’artista-mago. Parliamo di tableau vivant che, superato il concetto di gesto, perpetuano sé stessi come affreschi medioevali, perché proprio questo è il punto di partenza della sua ricerca e non, come si potrebbe pensare, la pratica performativa, ma la pittura del ‘400 e del ‘500. La performance privata è il metodo definitivo cui giunge dopo un cammino di conoscenza, un percorso al cui inizio troviamo, quale prima fiaccola, la pittura. Presicce ha dipinto fino al 2005 quando, in coincidenza della nascita dell’opera ‘La danza del cervo’, si rese conto che per catturare l’invisibile non era adeguata la rappresentazione, ma la performance privata si rivelò quale linguaggio più idoneo a esaltare l’atto e non l’oggetto. Opera e processo si sposano, dando vita a un documento, fotografico o video, che è reliquia museale dell’azione che l’ha generata.
Discernimento e sapienza sono le dottrine spirituali con cui avvicina simboli tratti da varie sfere culturali, al fine di divulgare un messaggio attinente la santità. Solo colui disposto a intraprendere da solo il cammino e a confrontarsi psicologicamente con ciò che non conosce, può abbandonarsi alla contemplazione di fronte alla visione. Concentrazione, raccoglimento, preghiera, sono premesse fondamentali all’accesso nella scena; valutando inoltre il numero, l’età e la durata della permanenza, Presicce sceglie di volta in volta chi e come. Spesso sono i bambini, anime libere da preconcetti, in un’atmosfera intima e solenne, gli unici cui concede di ricevere la totalità dell’arte. In altri casi, l’adulto viene traghettato di fronte alla performance e sottoposto a una verifica severa che può spingersi fino alla cacciata, se l’atteggiamento si dimostra inadeguato, ad esempio parlando o scattando foto. Il peso acquisito dallo spettatore è dovuto alla testimonianza che può condividere con la collettività affinché questa conosca il segreto dell’immagine palesata ai suoi occhi.
‘Per il volto di Maria’ (2015) è un caso limite esemplificativo, dove sono rappresentate le levitazioni mistiche di San Giuseppe da Copertino in un podere privato nelle campagne salentine in Puglia.
L’azione, altamente estatica, s’è svolta in assenza di spettatori, nessun partecipante, niente pubblico. Chiunque è stato escluso dalle evoluzioni spirituali intime del Santo, perché nessuno, tranne il soggetto anelante stesso, può realmente parteciparvi. La decodificazione del racconto può, tuttavia, rimanere avvolta nei dogmatici confini dell’inspiegabile o essere un sussurro soffiato attraverso lo scrigno della comprensione. I versi di San Giovanni della Croce sembrano appropriati a descrivere l’animo con cui si potrebbe avvicinarsi ai suoi quadri vivi,

Non sapevo dove entravo;
ma appena là mi trovavo,
ignorando dove stessi,
grandi cose comprendevo;
non dirò quanto intendevo:
che restavo non sapendo,
ogni scienza trascendendo.
[Entravo dove non sapevo, di San Juan de la Crux]

Principale è l’atto di conciliazione delle linee spirituali delle vicende moderne con le crespe dell’antico mediante la citazione di opere medioevali intrecciate a simboli massonici e segni di varia estrazione. Mentre il richiamo alla santità, alito della sua ricerca, è l’invito ultimo alla reverenza verso un’esistenza in procinto di cambiare forma, costantemente in bilico verso qualcosa d’inafferrabile.
Possiamo affermare che le sue non sono effettivamente azioni performative, bensì composizioni narrative, storie e racconti a volte ampi tanto da essere suddivisi in più parti, come il ciclo ‘Le storie della Vera Croce’. Puntando piuttosto decisamente alla persistenza si distingue, per tanto, dagli artisti della performance storica solitamente votata all’ esaurimento dell’azione in un momento conchiuso. E lo fa utilizzando il linguaggio teatrale per mettere in scena la propria liturgia in una dimensione metafisica estasiata a tal punto da superare quella teatrale stessa, fino a proiettare il pubblico in un’immagine densa di significati e di sacre rievocazioni. È come assistere a un miracolo; prendere parte alla rivelazione di un evento dai contorni ultraterreni, implica che ci si prostri alla munificenza dell’artista-mago con l’animo sbalordito del predestinato. Una volta dentro è avvertibile la sensazione di residenza in una caverna eterna dove il tempo lo si vede appeso in un’atmosfera concernente l’aldilà.
Questo spazio nel presente abitato dall’artista e aperto ai suoi adepti, è uno smottamento netto nella contemporaneità dell’arte e allo stesso tempo bregma tra la vita senz’anima del nostro tempo post storico e la storia dell’umanità, tra l’immagine dell’uomo e la ricerca di quella dello Spirito.

Domenico Russo