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THE ART REVIEW

  • the portfolio interview
  • Strumenti di ricerca.
    GIULIO PAOLINI
  • di Andrea Tinterri


Giulio Paolini, Delfo, 1965

Giulio Paolini, E, 1963


Giulio Paolini, Mimesi, 1975


Giulio Paolini, Studio per Villa dei Misteri, 2013

«L’ARTE IGNORA OGNI ALTRO RAPPORTO CHE NON SIA LA SUA STESSA STORIA, QUANTO CIOÈ LA PRECEDE NELL’ITINERARIO CHE OGGI LE CHIEDE DI MANIFESTARSI.»

Guardare al linguaggio, alla sua sintassi, ai limiti della tela come spazio in cui racchiudere un disegno archetipo. Giulio Paolini interroga la storia dell’arte, sintetizzandone le dinamiche interne: verifiche necessarie alla lettura del racconto. Un lungo percorso che vede la sua prima personale nell’autunno del 1964 alla galleria romana La Salita, per poi proseguire un’importante stagione espositiva internazionale, dal Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1980 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1988, dalla Fondazione Prada a Milano nel 2003, alla Whitechapel Gallery a Londra nel 2014 e numerose partecipazioni sia alla Biennale di Venezia che a Documenta di Kassel. Un breve elenco, purtroppo sintetico, per citare solo alcune delle significative tappe di una ricerca ancora in corso.

Andrea Tinterri: «La sua ricerca, a partire dall’opera ‘Disegno geometrico’(1960), si concentra sull’analisi del linguaggio, sugli strumenti necessari a costruire un discorso, una scrittura. Perché questa attenzione alla sintassi che sembra escludere una qualsiasi forma di narrazione?»

Giulio Paolini: «In fin dei conti tutto è narrazione (anche quando non espressamente svolta o dichiarata). Mi avventuro a dirlo così come a suo tempo Matisse, consumata la sua esperienza giovanile, arrivò a dire che ‘tutta l’arte, in fondo, è decorazione’. Tutto dipende però da cosa origina e come avviene l’impulso a dire o a fare. Da parte mia tendo a riferire, a raccontare non le cose del mondo ma gli aspetti del delicato percorso che occorre affrontare per giungere all’immagine. Certo, c’è modo e modo e così si apre un altro capitolo, altrettanto sconfinato, quello dell’interpretazione».

A.T. «Uno dei codici su cui la sua ricerca ha insistito è il ritratto, ma spesso mettendone in discussione la storia, il rapporto stesso con il pubblico, censurandone la visione. Perché?»

G.P. «Le linee del ritratto, in certo senso, sono sempre le stesse... un ritratto somiglia quasi sempre al medesimo soggetto e cioè, in definitiva al suo autore».

A.T. «Intorno al 1965 inizia a utilizzare anche il mezzo fotografico, mi vengono in mente opere come ‘1421965’ ‘Diaframma 8’, ‘Delfo’. I suoi lavori ‘fotografici’ si possono considerare verifiche?»

G.P. «Il titolo ‘Verifiche’ mi evoca subito le analisi del linguaggio fotografico svolte da Ugo Mulas in quegli stessi anni. Ricordo in particolare la reciproca considerazione e lo stretto rapporto che ci univa».

A.T. «Vorrei ripartire dal pubblico, dalla fruizione dell’opera. Perché se l’analisi è sugli strumenti della rappresentazione, l’osservatore credo non possa essere escluso dalla messa in segna, dalla costruzione della ricerca. Qual è, quindi, il rapporto tra opera e pubblico?»

G.P. «Mi limito a dire che l’arte fa da sé, non sa che farsene di noi e si manifesta senza interlocutori e intermediari.
La sua parola, o il suo silenzio, sono quanto di più lontano dall’ambito di quella sconsiderata idolatria della comunicazione praticata dalle dilaganti kermesse di fiere e festival.
L’arte ignora ogni altro rapporto che non sia la sua stessa storia, quanto cioè la precede nell’itinerario che oggi le chiede di manifestarsi.
Dunque l’arte ignora lo sguardo dell’osservatore e, anche se può sembrare paradossale, ignora persino l’identità dell’autore.
L’arte non è, né potrà mai essere politica. ‘Art happens’ dice Whistler citato da Borges. ‘L’arte succede, accade. L’arte è un piccolo miracolo (...) che sfugge in certo modo all’organizzata causalità della Storia. Sì, l’arte accade o non accade, questo non dipende dall’artista’.
Ogni opera, ciascuna a suo modo, nasconde una regola propria che l’autore non conosce ma riconosce quando quell’opera gli si manifesta. L’opera d’arte non da voce né al mondo né al soggetto, semplicemente dà forma a sé stessa. Un’opera, per essere autentica, deve dimenticare il suo autore».

A.T. «Il doppio, la scultura che guarda la propria esatta duplicazione (‘Mimesi’ 1975), in un gioco “tra calco e calco, tra doppio e doppio, dove ovviamente si perde il punto fisso della realtà da copiare perché tutto è copia, tutto è analogo in quanto non esiste originale”, come sottolinea Arturo Carlo Quintavalle nel saggio per il catalogo della mostra organizzata dall’Università di Parma nel 1976.
Anche questo rientra nel discorso sul linguaggio, sul codice della rappresentazione? In che modo?»

G.P. «Certo, non possiamo fare a meno di osservare, o altrimenti d’inventare nuove regole: norme di un codice intimo e personale dettato da una sorta di geometria del pensiero... linee alle quali fare riferimento, quasi una ‘forza di gravità’ imposta a nostra insaputa, a suo modo perentoria.
È la rappresentazione a dar nome alle cose, promuovendole a personaggi e figure che soltanto così riusciamo a riconoscere».
‘Tutto è narrazione’ e da qui la necessità della ricerca, da qui l’esigenza di definire i contorni delle ‘parole’, di un alfabeto che corrisponde alla nostra storia, alla nostra cultura occidentale, di segni e immagini.

Andrea Tinterri