#AImagazine
THE ART REVIEW

  • the portfolio interview
  • Superfici riflettenti.
    La Saggezza della Gravità.
  • di Alessandra Ioalè


Diego Chiarlo, L a n d s #

Diego Chiarlo, Nebula #


Diego Chiarlo, Poa


Diego Chiarlo, The walk


Diego Chiarlo, Untold volume...

«Non fotografo per una riproduzione del vero. Non mi interessa. Mi occupo di idee. Probabilmente le applico in fotografia solo perché non saprei disegnare una mela.»

Negli ultimi dieci anni, molti giovani artisti contemporanei sono tornati a trattare il tema del paesaggio, soprattutto in pittura e in fotografia: o come mezzo per restituire il proprio senso di oppressione, desolazione e straniamento urbanistico; o per documentare, più o meno dettagliatamente, la realtà paesaggistica contemporanea urbana.

Alessandra Ioalè: «Ad un primo sguardo, veniamo ingannati dalle serie qui presentate, che apparentemente suggeriscono, in modi differenti e secondo regole visive diverse, un tipo di fotografia di paesaggio tutt’altro che urbano. Trompe l’oeil contemporanei che sfruttano la forza del mezzo fotografico non per documentare la realtà naturale ma per restituirne l’illusione partendo da elementi artificiali. Sperimenta la capacità indagatrice della luce e quella di riflessione delle superfici artificiali, come la carta, che concorrono alla costruzione dei tuoi soggetti immortalati nei tuoi scatti. Il paesaggio o l’elemento paesaggistico che significato hanno per lei? La fascinazione per il dato naturale, invece, che derivazione ha? Quale esigenza soddisfa in lei?»

Diego Chiarlo: «In realtà, io considero queste visioni più come la creazione di veri e propri mondi, dotati di una propria fisica, in cui elementi pressoché alieni a ciò che conosciamo come semplice paesaggio definiscono nuove realtà. Soggetti che, sorpresi da un particolare angolo d’osservazione o attraverso altre scelte di ripresa, rivelano all’osservatore la forma delle cose che egli conosce. Mi sento molto più vicino al bambino che scopre forme nelle nuvole. Ciò che faccio è creare la circostanza adatta al fine di lasciar compiere alla macchina la funzione di catalizzatore. È il mio contributo a favore di ciò che più spesso si dimentica riguardo lo strumento fotografico, e cioè la capacità di poter creare, oltre la più pratica funzione di ritrarre soggetti. Per quanto riguarda la mia vera e propria idolatria nei confronti della natura, credo si possa fare riferimento alla mia passione per la curiosità che l’uomo ha sempre espresso attraverso le scienze».

A.I. «Nella serie ‘Piccoli orizzonti artificiali’ (2013) opera una sintesi formale, compositiva e cromatica audace rispetto alle serie più recenti. Due campiture, massimo tre, formalmente piatte, lineari, poste una sull’altra. Abolita ogni illusione se non quella della messa a fuoco di un ipotetico ‘Orizzonte’».

D.C. «Quella dei ‘Piccoli Orizzonti Artificiali’ è stata la visione primigenia: nella mia intera ricerca, ha rappresentato l’epifania in cui ho realizzato di potermi impossessare di un intero processo di genesi dell’immagine. Ho capito che di fronte a me poteva davvero esserci una tela bianca.
La serie è nata per un processo di esclusione, quelle ritratte sono semplici superfici di colori diversi. Eliminando completamente le informazioni circostanti, ho escluso tutto tranne il punto dove queste campiture si incontravano, operando tutte quelle scelte proprie della fotografia. Ritengo infatti che una fotografia sia tutto ciò che in quell’immagine non può essere visto. Alla base di tutta la mia fotografia c’è questo, la completa esclusione di informazioni superflue che mi permette di isolare il reale soggetto».

A.I. «In quest’ultima serie e del 2016, ‘Lands’, l’elemento ‘orizzonte’ è presente, in forma diversa, come confine visivo del profilo paesaggistico o punto d’incontro tra due metà?»

D.C.: «Il passaggio alla terza dimensione, rappresentato dalla serie ‘Lands’, è avvenuto in modo molto naturale, lo sviluppo, come supponi tu, derivante dallo studio di queste due entità distinte come il materico e l’ideale».

A.I. «Nelle serie successive, soprattutto quelle del 2016, dopo un periodo di riflessione sulla forza espressiva del colore delimitato in forme semplici e morbide, approdi all’esatto opposto ovvero i soggetti si costruiscono dall’alternarsi di superfici ruvide e lisce, dettagliate ed articolate in composizioni di forme spigolose».

D.C. «Sì, provando ad eliminare il valore del colore e delle geometrie concrete, ho assistito ad una sorta di entropia in cui una politica delle superfici ha prevalso, generando realtà proprie che approfittano per liberarsi persino della gravità».

A.I. «A quest’ultima affermazione si potrebbe ricollegare la serie ‘Nebula’?»

D.C.: «In realtà, in Nebula è contenuto un vero e proprio tributo alla gravità, naturalmente si tratta della sua accezione più macroscopica, uno dei principali attori nella costituzione della materia stessa. In questa visione istintuale rivolta alla possanza della natura ‘maggiore’, la stessa che comprende il cosmo come anche il suolo che calpestiamo, serie come ‘Lands’ e ‘Orography’, sono rivolte all’idea di ‘terre’ come siamo abituati ad osservarle oggi, grazie all’innovazione tecnologica. Sembra quasi scontato poter giocare ad individuare le forme frattali di catene montuose ed estuari, fotografati da un satellite, ormai la terra è un sasso le cui dimensioni non sorprendono nessun possessore di smartphone.
La gravità, invece, arriva a dileguarsi in una delle più recenti serie, ‘Untold Volumes’, dove impercettibili masse sembrano galleggiare oltre il concetto stesso di struttura. I volumi, liberati da qualsiasi ruolo funzionale, rivelano la sottile e fuggevole bellezza della casualità, all’occhio il compito di attribuirvi un senso. È nella natura umana idealizzare ed assegnare un valore compiuto a tutto ciò che osserva. È come se la nostra mente fosse programmata per riempire i vuoti con intuizioni proprie».
È la rappresentazione a dar nome alle cose, promuovendole a personaggi e figure che soltanto così riusciamo a riconoscere».
‘Tutto è narrazione’ e da qui la necessità della ricerca, da qui l’esigenza di definire i contorni delle ‘parole’, di un alfabeto che corrisponde alla nostra storia, alla nostra cultura occidentale, di segni e immagini.

A.I. «Che tipo di riflessione è intercorsa tra la serie del 2013 e quelle del 2016? Perché?»

D.C. «Io credo che, come la direzione univoca del tempo, l’articolazione del mio processo creativo segua l’incedere di un’evoluzione propria ad ogni forma naturale.
Come detto, il mio intento non vuole essere semplice sperimentazione della materia, preferisco interrogarmi sul senso stesso di questa, considerandola al pari del suono.
Come la modulazione di questo generi musica è per me solo l’inizio, ciò che ritengo importante è accorgermi di come queste riescano a differire fra loro, generando emotività differenti per ognuna.
E come per la musica la pausa viene considerata nota, nella materia, anche quando questa è in forma visiva, il vuoto può essere struttura.
Credo che del mio lavoro si possa dire questo, cerco di realizzare composizioni visive che per la loro stessa natura sono del tutto originali, nell’accezione più concreta del termine».

Alessandra Ioalè