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THE ART REVIEW

  • interview
  • GINEVRA BRIA
  • di Christina Magnanelli Weitensfelder


Ba Afrique Now, 2015.
Oil, acrylic, crayon on paper with wall painting, 200 x 130 cm

Bria


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Mansaray SL AB.087 Alienressurection


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«L’artista dopo che ha lavorato deve sentirsi stanco, eccitato, qualche volta felice e quasi sempre insoddisfatto.» Giacomo Balla

Ginevra Bria, critica e curatrice. Un breve confronto tra passato e contemporaneità, tra futurismo e nuove esperienze del continente africano in mostra da giugno al PAC di Milano. Un modo per riflettere sul ruolo del curatore e sulla sua sempre maggiore esposizione mediatica.

Christina Magnanelli Weitensfelder: «Spesso, oggi, il curatore assume la stessa rilevanza mediatica dell’artista. Un meccanismo probabilmente pericoloso per l’indipendenza stessa del progetto, del percorso di ricerca messo in atto. Qual è la sua posizione sul dibattito in corso?»

Ginevra Bria: «Harald Szeemann si definiva un Ausstellungsmacher, letteralmente un fautore di mostre. Lavorare con gli artisti significa imparare a saper fare. Essere curatori significa arrivare ad adempiere – o ambire a – , allo stesso tempo, ad un ruolo di archivista, di conservatore, talvolta persino di restauratore, di ufficio stampa, di publisher, di perito assicuratore, naturalmente di account e, infine, di complice, degli artisti. Il dibattito sulla visibilità deve diventare, almeno internamente, irrilevante, ai fini della cultura, del pensiero generativo di qualsiasi progetto che preveda un’esposizione. Le ore spese in ascolto, in dialogo, in ricerca valgono infinitamente, rispetto all’architettura di costruite strategie contro l’anonimato, oppure all’assorbimento in letture come ‘Ways of Curating’ e ‘A Brief History of Curating’. Ogni curatore deve essere consapevole della propria sostituibilità, in qualsiasi momento, per poter continuare a trasmettere e valorizzare le identità che si ha la responsabilità di rappresentare».

CMW: «Milano sembra essere la città italiana più attenta alla scena dell’arte contemporanea. Come si posiziona la città in un panorama internazionale e quali sono le realtà più interessanti che, secondo lei, resisteranno alla bulimia del momento?»

GB: «La crescente attenzione di Miart, per il rinnovamento nella presentazione del panorama contemporaneo attirerà, nei prossimi anni, sempre maggiori investitori e soggetti attivi della cultura europea. Al di fuori della Miart week, fondazioni private e realtà che dialogano con le istituzioni pubbliche costituiranno anche le basi per registrare la creazione di un nuovo gettito, a partire dal quale poter disincagliare, perlomeno nel capoluogo lombardo, una fiscalità ad oggi maldestra, mortificante rispetto a Germania, Inghilterra, Francia, Belgio e Spagna – sempre per quanto riguarda l’arte e la cultura.
A Milano, hanno sede gallerie che rappresentano, internazionalmente il capoluogo di origine e che promuovono artisti italiani nel mondo senza conoscere alcun tipo di crisi o di arresto. Gli spazi che la città offre, inoltre, sono infinitesimali e nascondono risorse fondative per le ricerche di numerosi studiosi e intellettuali. L’augurio è che l’intenzione di uscire da sé stessa continui ad accompagnare una città che sta alzando lo sguardo e che ama sempre più direttamente i confronti. Ne sono esempio le aperture, le concessioni e le programmazioni che sono state presentate da parte del Comune di Milano, pianificando con rigore alcuni progetti culturali, non più frutto di tante burocrazie ma di una coesa, illuminata fattibilità».

CMW: «Tra le altre attività, lei è anche curatrice all’ISISUF – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo. Come rievocare il Futurismo in un momento in cui i ‘manifesti’ sembrano essere scomparsi dalla scena contemporanea?»

GB: «Lavorando non solo negli archivi Isisuf, ma anche nella loro estensione, ovvero nel palazzo di FuturDome, un edificio del 1913, all’interno del quale, negli anni Quaranta si ritrovavano i futuristi più giovani ad aver conosciuto e collaborato con Filippo Tommaso Marinetti, quel che costantemente ci prefiggiamo di analizzare è il concetto di avanguardia. Un termine anacronistico, forse, che però focalizza il nostro tempo all’interno di due snodi, due intercapedini delle sensibilità attuali, emergenti o già affermate che siano, e cioè: la sperimentazione e la ricerca. Da ‘partoftheprosess 7’, a ‘The Habit of a Foreign Sky’, ad ‘Outer Space’ l’idea di cortocircuitare la presenza dell’arte pubblica in ambienti domestici rappresenta un terreno fertile ideale, per rendere la transitorietà contemporanea una lettura sul futuro del presente, una visione realizzata che preveda una fruizione gnoseologica, conoscitiva della nostra cultura».

CMW: «Il 26 giugno prossimo inaugura la mostra ‘AFRICA. Raccontare Un Mondo’ al PAC di Milano. All’interno del percorso espositivo saranno presenti tre performance e sei video, una sezione curata interamente da lei. Che ruolo assume oggi l’arte nel continente africano? Si può ancora parlare di identificazione culturale?»

GB: «La mostra a cura di Adelina von Fürstenberg contiene al proprio interno una sezione dal titolo ‘Il Corpo e le Politiche della Distanza’. La selezione presenta il percorso di nove artiste africane contemporanee: Nathalie Anguezomo Mba Bikoro (Gabon), Gabrielle Goliath (Sud Africa), Ato Malinda (Kenya), Zanele Muholi (Sud Africa), Tracey Rose (Sud Africa), Berni Searle (Sud Africa) e, per quanto riguarda le performer, Donna Kukama (Sud Africa), Buhlebezwe Siwani (Sud Africa), Anne Historical (Sud Africa). Donne che affrontano la categoria dell’identificazione culturale attraverso l’analisi di prossimità e distanze delle comunità all’interno delle quali vivono, attivando principi conoscitivi. Come elemento di narrazione fisica e gestuale che rivela il rapporto delle artiste con il concetto di prossimo e con le trasformazioni della società di cui il corpo diventa testimone, emblema.
Tra video-arte e performance, la ritualità, l’eversione del corpo che si trasforma in territorio linguistico trasmette l’esigenza poetica di produrre una distanza dai modi in cui è tradizionalmente noto tanto lo spazio dei paesaggi socio-politici africani quanto quello dell’arte contemporanea, come sola condizione per poterli pensare insieme. I loro discorsi visivi dedicati alla ricerca di una soggettività collettiva, all’interno della sezione, si traducono e si declinano fino a concludere un compito etico, un ritratto in movimento della giustizia. Una personificazione del vivere e del sentire di minoranze religiose, culturali e di genere; espressioni che ci interrogano sulla loro capacità di assumere la femminilità quale legame tra il reale e una profonda visione interiore dell’Africa».
La mostra ‘AFRICA. Raccontare un mondo’, a cura di Adelina von Fürstenberg con la curatela di Ginevra Bria per la sezione dedicata ai video e alla performance, inaugurerà il 26 giugno al PAC di Milano e resterà aperta fino al 17 settembre 2017. (rif. artworks)

Christina Magnanelli Weitensfelder