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THE ART REVIEW

  • the portfolio interview
  • FINARTE
  • di Nicoletta Crippa


Roberto Crippa, Senza titolo (Ara), 1960-61

Serge Poliakoff


Tano Festa, La camera rossa,1963

Nel 2015 Finarte è rinata dalle sue ceneri.

Dopo tre anni fuori dalla scena nazionale un gruppo composto da sei soci investitori ha rilevato lo storico marchio dando avvio ad un nuovo corso. Un inizio non facile, carico soprattutto dalle tante aspettative di coloro che avevano visto la casa d’asta raggiungere l’apice del successo sulla fine degli anni Ottanta. Le attese finora non sono state del tutto rispettate complice anche il fatto che i tempi sono cambiati e i competitors sono cresciuti numericamente. Ne abbiamo parlato con il capo-dipartimento Arte Moderna & Contemporanea Alessandro Cuomo.

Nicoletta Crippa: «Quali sono gli obiettivi di questo 2017/18?»

Alessandro Cuomo: «L’obiettivo principale è ampliare la rosa dei nostri clienti e fidelizzarli ulteriormente. Creare un rapporto di fiducia con i collezionisti è diventata la vera chiave di volta, e sebbene la nuova Finarte sia ancora in fase di rodaggio, stiamo lavorando per distinguerci nel gestire al meglio le loro richieste e necessità, attraverso una selezione attenta delle opere.»

N.C. «La realtà italiana è difficile? A confronto con le major internazionali?»

A.C. «Il mercato italiano è considerato dalle grandi case d’asta internazionali come una fonte da cui attingere, anche in modo ‘predatorio’, opere da vendere poi all’estero. Ciò che una casa d’aste italiana può e probabilmente deve fare è invece valorizzare tutto quel segmento intermedio dalle grandi potenzialità anche economiche. Il 95% dei collezionisti è attirato dall’arte contemporanea, ma è importante valorizzare anche tutti quei movimenti della storia dell’arte degli ultimi 150 anni che sono invece da riscoprire: in altre parole, non focalizzarsi solo sui ‘top lot’, anche perché sono pochi i lotti che possono raggiungere prezzi record, ma lavorare su un mercato intermedio anche nei prezzi molto più stratificato, coinvolgendo ed educando a questo lavoro di ricerca culturale anche i giovani collezionisti, la cosiddetta fascia media.»

N.C.: «Finarte è un marchio storico? Come ha influito la sua fine? C’è ancora credibilità?»

A.C. «Il marchio Finarte ha una storia prestigiosa che va valorizzata, recuperando gli aspetti positivi del passato. Certo la fine della precedente Finarte ha avuto un impatto negativo, specialmente al di fuori degli addetti ai lavori del mondo dell’arte. La nuova società però non ha nulla a che vedere con quel passato e il nostro obbiettivo è soprattutto traghettare il nome Finarte verso il futuro, anche prestando attenzione alle nuove dinamiche come quelle del ‘bid on-line’ (Asta on-line N.D.R.)».

N.C.: «Quanto incide l’online all’interno delle aste?»

A.C.: «Internet cambia completamente le carte in tavola perché aumenta le possibilità: chiunque nel mondo può consultare il catalogo e partecipare all’asta. D’altra parte, l’esperienza dell’online fa perdere almeno in parte le sensazioni della partecipazione in sala, perché l’asta è anche un meccanismo psicologico, un momento adrenalinico e affascinante. Ma questo gap si può colmare dedicando al cliente online una serie di attenzioni che lo facciano comunque sentire al centro di quest’esperienza unica e che lo rassicurino sulla qualità dell’opera che ha intenzione di aggiudicarsi, come ad esempio l’invio tempestivo dell’autentica, di un condition report dettagliato e di numerose immagini. Si tratta di azioni che costruiscono la credibilità di una casa d’aste, collegate al rapporto degli esperti e dello staff con gli archivi degli artisti: un aspetto importantissimo del nostro lavoro, a volte complicato, ma assolutamente fondamentale. Viene richiesta sempre di più una maggior tutela da parte dell’acquirente.»

N.C. «Più acquirenti italiani o esteri? Bisognerebbe incentivare acquirenti esteri?»

A.C.: «Internazionalizzare è sempre un fattore positivo e Finarte nella sua storia è stata importante anche come marchio all’estero. Quindi il potenziale della clientela estera va sfruttato al meglio, anche perché ovviamente se si amplia la rosa dei potenziali acquirenti, i prezzi di aggiudicazione possono aumentare in proporzione».

NC: «C’è un modo per poterseli accattivare?»

A.C.: «Bisognerebbe inserire un’imposta sulla vendita agevolata, su questo non c’è dubbio. Sarebbe importante anche introdurre delle detrazioni e rivedere i limiti che le esigenze, pur legittime, di tutela dei beni artistici pongono all’esportabilità delle opere. Perché è chiaro che se un cliente vuole acquistare un quadro che sa già di non poter trasferire a Londra, di certo non lo acquista in Italia ma altrove, dove la normativa gli è più favorevole. Trovo incomprensibile che non si sia stabilito un tetto economico alle esportazioni in campo artistico, così come i tempi biblici delle procedure scoraggiano ulteriormente».

NC: «In Italia che lavoro bisognerebbe fare per rendere più appetibile l’arte o renderla più fruibile?»

A.C.: «Se nelle grandi aziende sono presenti opere d’arte oppure si investe in progetti che coinvolgano gli artisti, come le residenze, le imprese possono beneficiare di una serie di ammortamenti. In questo modo l’opera o il progetto artistico diventano un bene e un valore strumentale che implementa la cultura dell’azienda stessa, di cui beneficiano sia i dipendenti che l’immagine che viene trasmessa all’esterno. Si tratta di un’operazione che a mio avviso tutti gli imprenditori dovrebbero sviluppare, a prescindere da quello che è il loro business, perché un imprenditore secondo me ha anche un ruolo sociale e restituire valore attraverso l’arte è sicuramente una splendida opzione».

NC: «La fotografia? Perché introdurla e quali sono le prospettive?»

A.C.: «In Italia e all’estero c’è sempre di più interesse per questo campo. La fotografia poi ha ancora dei prezzi molto accessibili per cui anche collezionisti giovani che hanno dei mezzi limitati per poter iniziare la loro collezione possono farlo. La fotografia è qualcosa su cui noi puntiamo. In Italia esistono davvero tanti fotografi, maestri che sono sottovalutati e per lo più sconosciuti. Per noi è un lavoro di valorizzazione culturale e anche un modo per attirare dei clienti in prospettiva futura che tra vent’anni, quando le loro possibilità economiche saranno più ampie, potranno anche comprare opere di arte moderna e non solo».
Un punto di vista che guarda ovviamente al mercato, ma cercando di riportarlo ad una dimensione culturale, capace di attivare meccanismi complessi e sviluppare un collezionismo colto, lontano dalle semplici sollecitazioni mondane.

Nicoletta Crippa