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THE ART REVIEW

  • editoriale
  • LA PAGINA BIANCA
  • di Andrea Tinterri e Christina Magnanelli Weitensfelder

La pagina bianca spaventa, perché va riempita di elementi significanti, di parole che abbiano una successione logica, che non si spacchino a metà, che non cadano inciampando goffamente. Spesso si dice che la pagina bianca spaventa come se fosse un difetto, come se nulla ci dovesse bloccare, come se potessimo scrivere senza credere nella necessità del gesto compiuto. Fortunatamente spesso la pagina bianca spaventa, perché la paura è una delle tante forme d’attenzione, e non si parla della paura coercitiva e vigliacca, ma di quel sentimento che fa aspettare, che dilata il tempo, che rende necessario tutto ciò che viene detto o scritto. È giusto che la pagina bianca spaventi, e dovrebbero spaventare ancora di più le pagine retroilluminate di uno smartphone o di un PC per la loro capacità di trasformarsi in sabbia, diventando merce di scambio per altri non previsti interlocutori. Ed è, probabilmente, anche per queste ragioni che abbiamo scelto di mettere in copertina l’opera del 1967 ‘Giovane che guarda Lorenzo Lotto’ di Giulio Paolini.
Una riproduzione fotografica di un ritratto del 1505 dell’artista di origine veneziana: un lavoro che acquista significato dal titolo stesso, ossia dalle parole che ribaltano l’immagine e la nostra relazione con il volto dello sconosciuto. Siamo noi ad essere osservati, siamo noi l’artista, siamo noi il pubblico che viene tirato dentro a un cerchio da cui non si scappa senza essersi guardati negli occhi.
Perché l’opera si rinnova nel tempo, e si dilata nelle migliaia di pubblicazioni a cui è sottoposta. Sempre nuovi interlocutori, sempre nuovi partecipanti che sono costretti ad essere osservati, a trasformarsi in opera, in artista (forse).
E tutto questo semplicemente invertendo la prospettiva, grazie ad una frase, a parole che capovolgono un pezzo di tela, capaci di attivare continuamente l’interazione tra modello, artista e pubblico, spostando l’opera in una posizione inconsueta, in cui non dovrebbe stare. Non siamo semplici voyeur di immagini appese a una parete, ma siamo costretti a partecipare all’evento, a farne parte. In questo modo l’osservazione, il nostro essere davanti all’opera, si trasforma in un gesto performativo e, consapevoli o meno, attiviamo un meccanismo di relazioni che non si limita alla singola apparizione, ma mette in moto l’intera storia dell’arte, l’intera storia del ritratto, intere collezioni private e pubbliche, interi musei che automaticamente devono rispondere ad una sollecitazione, a uno sforzo probabilmente non calcolato a priori. E tutto questo grazie alla parola, all’invenzione di una frase, di un accostamento e alla sovrapposizione di linguaggi.
Fortunatamente spesso la pagina bianca spaventa, come deve spaventare un buco nero, un qualcosa da cui tutto può fuoriuscire, inghiottendo chiunque si affacci improvvisamente al cratere, senza nessuna distinzione razziale o di altro tipo. E riguardare all’opera di Paolini, alla sua lunga produzione significa soprattutto ripensare agli strumenti del linguaggio, ai meccanismi della scrittura, qualunque essa sia e ribadire la centralità della parola intuendone la prospettiva storica, la durata nel tempo. Ed è per questo che fortunatamente la pagina bianca spaventa, come tenere al guinzaglio una bellissima tigre che ha già dimenticato la docilità della prima infanzia, che si volta in un gesto sensuale, guardandoti negli occhi e ti bacia mostrandoti i denti.