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THE ART REVIEW

  • the portfolio interview
  • SUMMAARS
  • Franco Summa
  • di Nicola Pinazzi


Franco Summa, Pastor oro, 2008

Franco Summa, La porta del mare, 1993


Franco Summa, Un arcobaleno in fondo alla via, 1975


Franco Summa, Farsi un quadro delle città, 1971

Franco Summa una ricerca per capire il rapporto tra uomo e ambiente. Il colore come strumento per studiare e modificare lo spazio urbano. Codici cromatici per provare a cambiare il mondo.

N.P. Caratterizza il suo impegno artistico soprattutto l’attenzione per l’ambiente inteso nella totalità dei suoi significati. Come e quando è giunto a fare questa scelta?

F.S. «Già Luogo di Relazioni, un’opera ‘abitabile’ del 1965, contiene in nuce i principi del mio fare arte ambientale urbana in cui sono presenti aspetti essenziali: la partecipazione, la presa di coscienza ambientale, la ricerca della bellezza, la possibilità di intervenire con scelte urbane responsabili.»

Pierre Restany lo definisce Il Cittadino dell’Arcobaleno. In effetti nelle sue opere è ricorrente l’uso del colore. Quali le ragioni di questa scelta?

«Le mie opere hanno sempre una dimensione di pensiero, talora di complessa concettualità con riferimenti alla filosofia, alla letteratura, ai miti classici. L’uso del colore, con le sue possibilità psicosensoriali, favorisce un primo essenziale contatto con l’opera. Intorno ai primi anni settanta avevo messo a punto un ‘arcobaleno’ in cui non utilizzavo i canonici sette colori dell’iride, bensì dodici colori composti in doppia serie secondo una composizione visivamente e simbolicamente significativa; non un arcobaleno ‘naturale’, quindi, bensì ‘culturale’. Inserito nel 1975 sui ventiquattro gradini della ex chiesa di Sant’Agostino a Città Sant’Angelo, trasfigurava con il suo ‘segno’ la dimensione ambientale dell’intero paese.»

Sempre nel 1975 lei avvia il progetto Sentirsi un Arcobaleno Addosso coinvolgendo molti protagonisti della scena soprattutto milanese, ma anche romana dell’arte, della critica, del design. In cosa consisteva e come si attuava questa operazione?

«È un’opera in cui il tema centrale è il rapporto di sé con l’altro da sé. Ho tessuto ventiquattro magliette con la stessa composizione cromatica della scalinata e le ho donate a ventiquattro personaggi, affinché indossandole colorassero nei loro percorsi urbani gli ambienti della vita.

Riferimenti che trovano conferma anche in alcuni titoli di mostre come Paesaggi di finzione (1981), L’immagine truccata (1982), Archeologia del futuro (1983). Tutto questo si inseriva in un dibattito, quello degli anni Ottanta in Italia, piuttosto attivo.

«Io avevo seguito l’evoluzione dello studio Alchimia di Guerriero. Partecipavo alle riunioni in cui c’erano Sottsass, Mendini, De Lucchi, Branzi. Quello che mi interessava di più era Sottsass perché, nonostante la differenza d’età, proveniva da un humus culturale simile al mio. Era stato in India, si interessava di filosofia orientale, aveva conosciuto Bob Dylan. Quindi una fusione tra antiche dottrine orientali, cultura americana di protesta e la nostra italicità fatta di cultura araba, latina e greca. Questa fusione mi interessava molto. Era un flusso che arrivava dagli anni Sessanta che chiedeva di negare e cambiare. Questo era il nostro statuto e la provocazione era all’ordine del giorno, dovevamo provocare delle reazioni e non avevamo nulla da perdere.»

Lei è stato invitato alle Biennale di Venezia nel 1976, nel 1978, nel 2011 come si sono configurate queste presenze?

«Quella del ‘76 curata da Enrico Crispolti presentava una rassegna di artisti e gruppi di artisti che operavano nel sociale urbano dal titolo Ambiente come Sociale; vi ero presente con immagini e reperti documentativi dei miei interventi artistici ambientali. Ero anche presente nello spazio delle performances dove ho realizzato Silenzio Rosa, un’opera in cui la riflessione sul ‘silenzio’ duchampiano avviato da Michelangelo Pistoletto e Vettor Pisani veniva rielaborato, con il mio contributo, assumendo la pittura come linguaggio. Nella Biennale del ‘78 ho realizzato tre opere: Catarsi, Metempsicosi e Nesso, la prima all’esterno sul viale dei Giardini, le altre due all’interno del padiglione centrale dove avevo una mia ‘stanza’ personale; ciascuna faceva riferimento ad aspetti del mito, alla filosofia. L’opera Catarsi, collocata sul viale dei Giardini, costituiva un portale di accesso alla mostra nel padiglione centrale. Otto lettere, in metallo scatolare, componevano la scritta SUMMA ARS, che indicava un passaggio significativo alla ‘Grande Arte’. Nella Biennale del 2011 ho presentato Magnus ab Integro Saeclorum Nascitur Ordo accostando nell’opera due lingue universali: la latina della antichità, la inglese della contemporaneità.»

Più che artista nell’accezione comune, lei mi sembra un artista dell’architettura, ossia un tecnico delle emozioni per gli spazi abitati, uno studioso di quell’aspetto antropologico che dal secondo dopoguerra è venuto a mancare nella costruzione delle nostre città. La sua ricerca operativa tende ancora in questa direzione?

«Carattere fondamentale dell’uomo è quello di dare forma e senso ai luoghi in cui vive, trasformarli in ambienti, oltre che funzionali, accoglienti, significativi, belli; ambienti che rivelano una filosofia, una concezione e un progetto di vita. Sin dalla più lontana preistoria, nelle grotte in cui si ricoverava, l’uomo ha lasciato segni d’arte. Opere che trasfiguravano spazi naturali in abitazioni. La città ‘storica’ è il risultato di una costante volontà di definire artisticamente i luoghi della vita. La città moderna se ne è allontanata. L’arte si è chiusa nei luoghi deputati. Le etichette ‘public art’, ‘specific site’, ‘street art’ sembrerebbero proporre, oggi, una svolta opportuna. Ma già la lingua in cui sono formulate rivelano qualcos’altro. In Italia l’arte è stata sempre pubblica, le sue realizzazioni sempre pensate per specifiche destinazioni ambientali. Le città storiche italiane non hanno bisogno di alcuna arte di strada, perchè le strade e le piazze sono definite scenograficamente da architetture che, opere d’arte in sé, nell’insieme contribuiscono a configurare la città come opera d’arte. Il grande favore che, attualmente, sta ottenendo la street art è preoccupante in quanto forma d’arte sostanzialmente indifferente alle valenze significative del contesto ambientale. Così come lo era ed è il graffitismo da cui discende. Il graffitismo copre tutto, è la negazione dell’architettura e della città. È invece opportuno l’arte riassuma un suo positivo, fondamentale ruolo nella costruzione e ridefinizione della città con forme, simboli, segni, percorsi, prospettive inseriti armonicamente nel contesto ambientale, sociale, culturale, memoriale, storico, artistico. Un impegno di progetto cui è chiamato a concorrere ogni forma d’arte. Ridefinire qualitativamente la città è compito, infatti, non dell’Architettura bensì dell’ Artitettura che è, appunto, la disciplina che ho praticato e continuo a praticare.»

Andrea Tinterri