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THE ART REVIEW

  • the portfolio interview
  • OCCHIOMAGICO
  • di Andrea Tinterri


Occhiomagico, Le 2 verità, 1974

Occhiomagico, Mobile, 1980


Occhiomagico, Domus Le Grandi Labbra, 1981


Occhiomagico, Domus Ettore Sottsass Jr., 1982-1983

Giancarlo Maiocchi, in arte Occhiomagico. Un’esperienza espressiva che vede la comunicazione come una sovrapposizione linguistica: fotografia, disegno, video, performance. Un’intervista per ricostruire una storia che affonda le proprie radici nella cultura caleidoscopica degli anni Settanta.

A.T. La necessità di raccontare la magnifica illusione del sogno e mescolarla con il reale. È questo il punto di partenza dello studio Occhiomagico fondato da Giancarlo Maiocchi nel 1971 a Milano. Illusione che va declinata in immagini, in video, in suono. Nella consapevolezza che un solo linguaggio non basta e che l’alchimia del sogno è di per se anarchica.

O. «Lo studio conteneva una sala di registrazione musicale, una sala di montaggio cinema, uno spazio per dei grafici gestito da Alessandro Guerriero, che in seguito darà vita al progetto Alchimia e, naturalmente, c’era una sala di posa e una camera oscura. Quello che adesso si chiamerebbe multimedialità. Occhiomagico è stato scelto come cappello per un gruppo di persone che lavoravano a un progetto unico, anche se ognuno aveva la propria autonomia.»

Percorsi di ricerca che, però, si confrontavano spesso con la committenza commerciale.

«Avevamo una persona che faceva da account che lavorava in ambito musicale, io invece avevo dei rapporti più stretti con il mondo dell’editoria. Prima avevo lavorato come assistente e quindi avevo conosciuto redattrici e art director. In realtà lo spazio era nato come studio d’arte, ma avevamo bisogno di entrate economiche per sostenere i nostri progetti. Quindi abbiamo dato tempo e spazio all’impegno commerciale, ma contemporaneamente ci dedicavamo ad allestire mostre, ed il tutto era firmato Occhiomagico.»

Un percorso linguistico eterogeneo in cui si mette in discussione l’atteggiamento documentaristico della fotografia.

«Erano gli anni della psichedelia, il nostro punto di riferimento era Hipgnosis, gli ideatori delle copertine dei Pink Floyd. Leggevamo Kerouac, Bob Dylan, Ferlinghetti. Avevo fatto un corso di fotografia e mi ero accorto che non riuscivo a andare in giro e fotografare quello che avevo intorno. Era come se non vedessi le cose che mi circondavano. In più io suonavo e scrivevo i testi delle mie canzoni, erano testi che raccontavano di visioni, di sogni. E queste visioni cercavo di illustrarle basandomi sull’esperienza dei surrealisti, delle avanguardie storiche. Mutuando Dalì, Magritte e Man Ray che per me è stato un faro. Nella fotografia volevo che non ci fosse solo l’immagine fisica, chimica e ottica. Pensavo che dovesse essere invasa anche da altre arti per renderla parlante. Io facevo il regista, combinando l’immagine con musica e video, in maniera tale che il racconto fosse completo. Ma la cosa che mi interessava era dimostrare che qualsiasi cosa io avessi ideato, immaginato o sognato, proprio per il fatto che partisse da una fotografia, era qualcosa di realmente esistito. Era possibile fotografare i sogni. Una magnifica illusione e solo la fotografia poteva certificare questo passaggio. Il mio punto di riferimento era un’opera di Man Ray, L’Enigme d’Isidore Ducasse, un oggetto impacchettato e coperto da un telo. Lo spettatore provoca l’opera d’arte, immagina cosa venga celato sotto il telo...»

Riferimenti che trovano conferma anche in alcuni titoli di mostre come Paesaggi di finzione (1981), L’immagine truccata (1982), Archeologia del futuro (1983). Tutto questo si inseriva in un dibattito, quello degli anni Ottanta in Italia, piuttosto attivo.

«Io avevo seguito l’evoluzione dello studio Alchimia di Guerriero. Partecipavo alle riunioni in cui c’erano Sottsass, Mendini, De Lucchi, Branzi. Quello che mi interessava di più era Sottsass perché, nonostante la differenza d’età, proveniva da un humus culturale simile al mio. Era stato in India, si interessava di filosofia orientale, aveva conosciuto Bob Dylan. Quindi una fusione tra antiche dottrine orientali, cultura americana di protesta e la nostra italicità fatta di cultura araba, latina e greca. Questa fusione mi interessava molto. Era un flusso che arrivava dagli anni Sessanta che chiedeva di negare e cambiare. Questo era il nostro statuto e la provocazione era all’ordine del giorno, dovevamo provocare delle reazioni e non avevamo nulla da perdere.»

Alcune delle persone citate sono state suoi compagni di viaggio soprattutto tra il 1982 e il 1983, quando Occhiomagico ha firmato ventiquattro copertine di Domus. Immagini che fanno riferimento ad un mondo postatomico, forse postmoderno.

«Sono sempre stato un appassionato di fantascienza, sia letteratura che cinema. Avevo letto un articolo, ma non mi ricordo chi lo scrisse e dov’era pubblicato, sull’archeologia del futuro. Mi affascinava l’idea che fra mille anni qualche archeologo potesse scoprire reperti della nostra civiltà, video ancora funzionanti: macerie che trasmettono ancora qualcosa. E l’aspetto che mi incuriosiva di più dell’archeologia è che la datazione è spesso approssimativa, la forbice può essere addirittura di duecento anni. Ecco che in una delle copertine di Domus tra i reperti del presente avevamo inserito anche un Mantegna. Perché probabilmente tra tremila anni il nostro passato verrà schiacciato, tutto si avvicinerà. Quindi paradossalmente noi siamo dei contemporanei del Mantegna. Questo è sicuramente una pratica postmoderna, i segni che sono arrivati a noi, li prendiamo e li ristrutturiamo. Riconsideriamo parti del passato e le sovrapponiamo al presente.»

Arrivano gli anni Novanta e la digitalizzazione del lavoro. Molti dei protagonisti di quell’esperienza prendono strade diverse o comunque autonome e lo studio si riduce alla sua sola progettualità.

«Nel frattempo Guerriero aveva fondato Alchimia, Marco Poma, che si occupava di video, aveva aperto Metamorfosi, io avevo smesso di suonare, perché ad un certo punto ho dovuto scegliere. Ognuno all’interno del gruppo ha seguito la propria strada. Poi quando ho iniziato a lavorare con il computer ho coinvolto dei ragazzi che, a loro volta, si firmavano Occhiomagico, quindi l’esperienza è continuata in una forma diversa. Si può dire che è terminata realmente solo adesso. Da pochi anni sono solo io, non ho più collaboratori, faccio unicamente ricerca, ho abbandonato il commerciale e mi sono dedicato soprattutto all’insegnamento. In questo momento il mio compito è instillare coraggio in ragazzi di ventiquattro, venticinque anni che vogliono intraprendere un’espressività anche fotografica. Spingo i miei studenti verso il 3D, verso la rete, verso il video. Gli dico di non scattare, ma girare e poi, casomai, prelevare alcune immagini fisse. Li spingo a sfruttare la cultura della loro generazione, ad esempio i cartoon, i manga. Li spingo a farli propri, perché è qualcosa che ha sedimentato dentro di loro e che gli appartiene.»

Andrea Tinterri