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THE ART REVIEW

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  • UGO LA PIETRA
  • di Nicola Pinazzi


Ugo La pietra, Il sistema disequilibrante, Il commutatore 1970

Ugo La pietra, Abitare è essere ovunque a casa propria, scatole in ceramica, interno/esterno, 1977-1999, scatole in ceramica


Ugo La pietra, Il sistema disequilibrante, La casa telematica: la cellula abitativa, 1972, Il videocomunicatore, Informazione audiovisiva dalla casa alla città e viceversa.


Ugo La pietra, Ritratto, Il sistema disequilibrante, Immersioni 1968, Caschi Sonori.

Dalle avanguardie di primo Novecento all’Internazionale Situazionista, dall’arte concettuale all’artigianato locale, dall’Architettura Radicale a Umberto Eco: lenti culturali con cui studiare il percorso dell’architetto Ugo La Pietra.

Una piccola utopia come vedere una poltrona di Gio Ponti, un tavolino di Achille Castiglioni fuori dal solito bar è forse l’ultimo sogno che ha fatto questa notte l’architetto La Pietra; oggetti la cui destinazione d’uso è legata alla sosta, al dialogo con un altro individuo in uno spazio per definizione domestico. In qualsiasi città contemporanea una coppia di poltrone con un tavolino non possono arredare uno spazio pubblico: è logico, nella larghezza media di un marciapiede, ne impediscono completamente il passaggio. Ugo La Pietra affianca così il concetto di costruzione della città a quello di costruzione di una società, operazioni affini di cui ne denuncia l’incomunicabilità contemporanea.

Fin dagli anni Sessanta riflette sulla rappresentazione planimetrica della città, il corrispettivo tra un disegno, un segno, e la sua concretizzazione in Architettura: trova rigida e determinata l’impostazione della scena urbana e trova standardizzato e sintetico il comportamento delle persone che la abitano. Alterna quindi un procedimento artistico ad una progettazione urbanistica su larga scala: si domanda se comprendere il territorio e una socialità dall’alto di un aereo o pensarla in scala umana nel rapporto tra opera d’arte ed osservatore. Un’impostazione che La Pietra comprende e acquisisce, forse, in quei due bicchieri di vino al bar Giamaica in zona Brera, o forse nelle riflessioni con Fontana, Manzoni, Sordini, Castellani, Dadamaino sul valore di un segno su un pezzo di carta, il suo significato intrinseco e la sua comunicazione.

Tuttavia è una contrapposizione in sintonia con il ventennio postbellico 50’-60’ in cui il rapporto autore-opera-ambiente è oggetto di riflessione e critica per il mondo dell’arte: una contestazione artistica e politica dei decenni precedenti. Vengono rifiutate le tecniche e gli stilemi tradizionali: Fontana negava i limiti della tela, La Pietra criticava i limiti dello spazio pubblico, l’architettura del paesaggio urbano. Trasforma quindi la linea in una somma di punti, e lo spazio un’infinità di punti che per sottrazione, interpolazione e slittamento dei segni danno forma ad infinite texture; a variazioni randomiche, come le definì Gillo Dorfles, che cercano di scardinare quel modello a griglia urbana alla ricerca di quei gradi di libertà ancora possibili per la ‘Vita nella città’.

Ugo La Pietra distingue con ordine la forma della città dal suo contenuto, le persone.

Qual è il vostro rapporto con il fotografico

Così, tramite la plasticità della scultura, studia il reale rapporto tra uomo e ambiente indagando l’origine della relazione formale: l’architettura. Crea oggetti, microambienti e cala l’uomo all’interno di questi spazi: performance che sviluppano il rapporto tra la forma e la percezione di questa attraverso l’utilizzo del suono, la luce, il colore, l’odore e il tempo. Per dare forma a queste ambientazioni sceglie il materiale acrilico trasparente in modo che in ogni modificazione della superficie risulti evidente il rapporto tra le parti e il tutto, tra il contenuto e la sua scatola.

Una relazione di cui ne studia i diversi aspetti come la costruzione prospettica di uno spazio pubblico – Coni di proiezione, 1967 – le azioni individuali in una struttura collettiva – Caschi sonori, 1968 – l’utilizzo di nuove tecnologie per spazi pubblici – Emergenze urbane, 1970 – le politiche sociali con futuristici oggetti per la creazione di processi partecipativi – Casa telematica: cellula abitativa, 1972, Il videocomunicatore. Costruisce uno strano oggetto: Il commutatore. Un elemento performativo che La Pietra offre ‘all’uomo della strada come all’architetto, al sociologo come all’urbanista’ per analizzare la struttura urbana. Uno strumento che si basa sulla ‘riflessione dell’osservato e sulla formalizzazione di queste riflessioni’ per distogliere l’attenzione dai nostri percorsi quotidiani scanditi da segnali a cui uniformiamo automaticamente i nostri comportamenti: la segnaletica stradale, la fermata del bus, le recinzioni delle case, il cordolo del marciapiede.

Si assume quindi responsabilità politiche criticando il sistema di potere che ha governato e allattato le nostre periferie: crede che l’industria, e i suoi progettisti, debbano avere il medesimo rispetto per l’ambito pubblico che riservano alla commercializzazione del benessere, alla qualità della casa, alla sua ergonomia e alla sua semantica. Ovviamente a questa critica l’architetto La Pietra risponde trasformando i paletti di delimitazione stradale in oggetto di design, da strutture di servizio della città a strutture di servizio per lo spazio domestico. Delimita quindi l’area del suo letto con paletti catarifrangenti e svolge una pratica sociale di massima privacy ambientale, il sesso, libero e senza fronzoli. È con la retorica dell’arte che porta una pratica sociale e un design, destinato all’abitazione privata, in un contesto pubblico creando una semantica da incrocio stradale. Lo urla e ne fa un film, Abitare e’ essere ovunque a casa propria!

Vuole superare, rompere la barriera tra spazio privato e spazio pubblico con la serie casa aperta1970-1990 in cui ‘allude alla rottura del rapporto interno-esterno, per indicare che la qualità della vita deve passare dall’abitare privato all’abitare nello spazio pubblico’: le facciate delle case sono allestite con luci, decorazioni, oggetti quotidiani in cui ci riconosciamo.

Ugo La Pietra ci dimostra che le persone e la relazione con l’habitat sono i parametri di giudizio delle nostre città e della pianificazione passata e attuale.

La cultura dell’abitare è un aspetto ancora contemporaneo e lo sguardo di Ugo La Pietra su tale argomento, più che eclettico, può essere definito olistico. Ripensa l’architettura della sua città in termini di sostenibilità sociale e ambientale in una economia basata su emozioni quotidiane.

Andrea Tinterri