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THE ART REVIEW

  • the interview
  • SCRITTURE
  • Walter Guadagnini
  • di Christina Magnanelli Weitensfelder


Walter Guadagnini

The cool couple, Cool People Love Poodles, 2014, collage su cartellone, cornice in legno, plexiglass, 140x180 cm


The cool couple, Still from Ruler #2, 2015, video loop, HD, single channel, colore, no audio, formati variabili


Lorenzo Vitturi, Untitled,Red Tube #3

Una chiacchierata con il curatore e critico d’arte Walter Guadagnini, attualmente anche parte del comitato scientifico di WopArt 2016. Una riflessione sulla fotografia e il suo rapporto con altri tipi di scrittura.

C.M.W. Lei proviene da studi storico artisti ed è stato a lungo titolare di una cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Quanto è importante conoscere la storia dell’immagine per riflettere e parlare di fotografia?

W. G. «C’è stato un grande artista che quasi un secolo fa ha detto che l’analfabeta del futuro sarà colui che non sa leggere una fotografia, quindi la domanda si potrebbe anche invertire: quanto è importante conoscere le fotografie per parlare della storia dell’immagine...? Man Ray alla domanda se la fotografia fosse arte rispondeva che l’arte non era la fotografia.»

In realtà, credo dipenda molto dall’approccio che si ha nei confronti di questo linguaggio, se si è interessati alla fotografia come evoluzione tecnologica della pittura, allora conoscere la storia dell’arte è fondamentale, ma è vero che questa è solo una delle tante possibili nature della fotografia. Ed è vero che la storia dell’arte non è la storia dell’immagine, è una parte della storia delle immagini. In realtà la fotografia possiede diverse sfaccettature. Fotografia sono i ricordi delle vacanze, fotografia sono i selfie che occupano le pagine dei social, fotografia è giornalismo, fotografia è divulgazione scientifica, fotografia può essere arte. Lei ha scritto Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo, come si è rapportato con l’eterogeneità del mezzo?

«Ho cercato di evidenziare proprio questa varietà, pur rimanendo sempre all’interno di una storia autoriale, che io intendo come la storia di una fotografia che nasce per diventare pubblica, e proprio per questo è storicizzabile secondo criteri che appartengono alla tradizione. Anche della tradizione della storiografia artistica, oggi molto in disgrazia tra i teorici della fotografia. Ma è chiaro che non può esistere una sola storia della fotografia, esistono le storie delle fotografie, e ognuno di noi cerca di raccontarne dei pezzi. Questo però non mi fa cambiare idea sul fatto che le fotografie di famiglia o il selfie in quanto tali non siano una forma d’arte e non abbiano alcun interesse al di fuori della cerchia privata, fino al momento in cui non finiscono nelle mani di qualcuno che sappia attivarli, come è successo e succede con Sultan e Mandel, o con Lorna Simpson, Erik Kessels, Peter Piller...

Oggi spesso la fotografia diventa un linguaggio ibrido, si vedano ad esempio le esperienze di alcuni giovani fotografi italiani come Lorenzo Vitturi o The Cool Couple (di cui proponiamo un intervista su questo stesso numero). Qual è, secondo lei, la necessità di sporcare lo scatto?

«Proprio per quel che dicevo prima, credo la fotografia sia sempre stato un linguaggio ibrido, è un linguaggio che si è sempre contaminato con mille altri. La fotografia ‘pura’ , che ha tenuto il campo fra gli anni Trenta e gli anni Settanta del XX secolo, è solo una parte di questa storia, che per un certo periodo si è considerata l’unica onesta e degna di attenzione, demonizzando tutte le forme fotografiche ibride fuorché il collage, protetto dalla sua origine d’avanguardia. Dopodiché, è chiaro che oggi la contaminazione dei linguaggi è divenuta una prassi talmente diffusa in ambito artistico che sarebbe strano che non avesse toccato anche chi si esprime prevalentemente con il mezzo fotografico. Il tema credo oggi sia in effetti che cosa si intende per fotografia, mi pare che la domanda sottesa a questa nostra conversazione sia un po’ quella.»

Lei ha anche curato un’antologia di racconti dedicati al fotografico. Che rapporto intercorre tra fotografia e letteratura o, più genericamente, narrazione?

«Tra fotografia e letteratura intercorrono rapporti strettissimi sin dalla nascita del dagherrotipo, e sono stati fatti di recente molti studi sul trasferimento dei principi della visione fotografica all’interno della forma letteraria già nell’Ottocento, indipendentemente dalla presenza o meno di un soggetto o di un personaggio specificamente fotografico. D’altra parte, molti sono gli scrittori che hanno riflettuto sulla fotografia, come è noto, da Poe e Baudelaire in avanti. Le modalità di questo rapporto sono, peraltro, pressoché infinite, basta pensare a quanti scrittori hanno accompagnato con Ioro testi alcuni dei volumi cardine della storia della fotografia (Doblin e Sander, Kerouac e Frank, per dire), ma anche ai tentativi di costruire volumi in cui l’incontro tra parola e immagine desse vita a una nuova forma di narrazione (Breton con Nadja, o Agee e Evans, per rimanere agli esempi da manuale). Poi bisognerebbe citare I casi di scrittori che utilizzano la fotografia come contrappunto visivo, come Lalla Romano o W.G. Sebald; e qui siamo solo nel campo di un rapporto fisico tra pagina e immagine, dove la fotografia è visibile all’interno del libro e la parola si riferisce direttamente ad essa. Ci sono poi tutti i casi in cui la fotografia è il soggetto del libro, e sono ad esempio I racconti di Calvino, Cortazar presenti nell’antologia che ho curato, e che aprono altre prospettive ancora. Insomma, è un campo davvero sterminato, ma quando si parla di fotografia finisce sempre così...»

Christina Magnanelli Weitensfelder