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THE ART REVIEW

  • the portfolio interview
  • THE COOL COUPLE
  • di Andrea Tinterri


The Cool Couple, Approximation to the West, Untitled, Prato Carnico #001, 2013, stampa inkjet fine art, cornice in legno, plexiglass, 110x55 cm, courtesy METRONOM

The Cool Couple, Prophet #1, 2015, 3D milling, polystyrene, 90x90x170 cm


The Cool Couple, Approximation to the West, Cossack boots, Arta Terme #001, 2013, inkjet print su carta fine art, cornice in legno, plexiglass, 110x130 cm, courtesy METRONOM


The Cool Couple, Approximation to the West, Untitled, Paluzza #001, 2015, inkjet print su carta fine art, cornice in legno, plexiglass, 50x60 cm, courtesy METRONOM

The Cool Couple, una delle esperienze di ricerca più interessanti su scala nazionale, ma non solo. Una progettualità fatta di tempi lunghi, per restituire un’opera ibrida, capace di interpretare una comunicazione frantumata, dove l’immagine bidimensionale non basta.

A.T. I vostri lavori presuppongono una lunga fase di studio propedeutica al progetto stesso. Analisi dei dati, ricerca sul campo, costruzione di una tesi. Come si svolge e come viene organizzato questo momento apparentemente invisibile, ma necessario al risultato finale?

T.C.C. «La ricerca è lo step più cospicuo in termini di tempi ed energie, ma, a seconda del progetto, può durare pochi giorni o anni, come nel caso di Approximation to the West. A volte è necessario un lungo lavoro di approfondimento per costruire una rete di concetti, in altri casi tutto ruota attorno a un tema circoscritto, che già in prima battuta crea un immediato sistema di riferimenti (stiamo pensando a Cool People Love Poodles). Gli strumenti e le risorse coinvolti nella ricerca sono molto diversi, ma il fine è sempre lo stesso: testare l’intuizione iniziale creando un ambiente di lavoro in cui l’idea mette letteralmente radici attraverso diverse discipline in un confronto costante con la storia dell’arte e delle immagini. In altre parole, cerchiamo di capire quali sono le questioni ancora aperte, quali i filoni di ricerca che si sono esauriti e via dicendo, per definire il terreno su cui operare.»

È corretto sostenere che la complessità linguistica del vostro lavoro (video, fotografia, installazioni, editoria, ecc.) sia funzionale alla restituzione di una fase di studio pluridirezionale, in cui i dati provengono da diverse fonti e da diverse espressioni?

«Sì, la formalizzazione del lavoro è sempre una conseguenza della ricerca. Nonostante la nostra formazione fotografica, la traduzione del nucleo teorico di un progetto implica sempre la scelta del dispositivo più efficace e coerente. Il linguaggio va poi di pari passo con l’installazione, il rapporto con lo spazio in cui si gioca l’interazione con il pubblico. La formalizzazione non è un processo che semplicemente concretizza un progetto, ma un meccanismo retorico che può ampliare lo spettro di riferimenti della ricerca, introducendo problematiche linguistiche o collegando altri concetti al nucleo di un lavoro.»

Qual è il vostro rapporto con il fotografico

«Nonostante la fotografia sia riconosciuta come forma d’arte, sembra che permanga la tendenza a conferirle uno statuto particolare. Crediamo che la necessità di sottolineare le peculiarità di questa forma di espressione sia sintomatica di una frattura: spesso, infatti, i riferimenti teorici e le problematiche concettuali che nascono e crescono nel fotografico sono completamente diverse da quelle del sistema dell’arte. Personalmente, abbiamo sempre cercato di superare questa frattura. Ci siamo sempre occupati dell’interazione quotidiana tra persone e immagini. Ci interessa studiare il comportamento della fotografia, nella sua iperattività e ininterrotta interazione con altri linguaggi. In questo senso, è una sorta di atto istintivo che forse presto verrà completamente riassorbita nell’ambito dei fenomeni “naturali” e accadrà indipendentemente da noi grazie a tecnologie come chip retinali, hard disk sottocutanei e a quell’universo di immagini prodotte dalle macchine per le macchine (le Operational images di Trevor Paglen). Sembra fantascienza, ma ormai è realtà, e tutto questo ci incuriosisce: come penseremo le immagini? Come ci esprimeremo? Bisognerà aggiornare i nostri strumenti cognitivi, ma prima di tutto il dizionario con cui ci riferiamo alla fotografia. Detto questo, liberi tutti. Siamo i primi a convivere con forme molto diverse di fotografico, dall’analogico ai social network.»

Alcuni dei vostri progetti, mi viene in mente ad esempio Cool People Love Poodles, The Third Chimpanzee, The Fuffy Wipe Case, hanno una forte valenza politica. Credete sia ancora attuale l’idea di intellettuale organico?

«Forse non siamo le figure più adatte con cui parlarne :) È vero che alcuni dei nostri progetti sono dichiaratamente legati a una tematica politica, ed è una costante che attraversa tutta la nostra ricerca. Tuttavia, ci preme rimanere ambigui o, nel caso in cui prendiamo posizione, lasciare aperti degli spiragli per insinuarvi il dubbio. Di politico, se così possiamo chiamarlo, c’è il bisogno di suscitare domande, di porre un problema riguardo a una realtà apparentemente senza soluzioni di continuità, smagliature o fessure. Per essere completamente sinceri aggiungiamo che non ci occupiamo di politica classicamente intesa. Da un altro punto di vista, però, la nostra vita quotidiana è strettamente legata a problemi di geopolitica: ad esempio, chiedersi da dove arriva uno smartphone significa sollevare un bel po’ di problemi. Non siamo molto propensi a sostenere la figura dell’intellettuale perché ci ricorda quella del maestro, contro cui si sono schierati Jacques Ranciére e Alain Badiou, seppure in modi diversi. Certo, la cultura non fa male, ma il problema risiede nelle modalità di trasmissione e di coinvolgimento. Probabilmente non serve un intellettuale, ma una comunità virtuosa.»

Questo macro tema comporta anche un’altra riflessione, ossia il rapporto tra arte e pubblico, tra espressione e fruizione. Che rapporto avete con i ‘consumatori’ finali, con chi approccia e sperimenta la vostra opera?

«Ne abbiamo parlato anche in occasione del nostro intervento con Alessandro Sambini al ciclo di incontri Camera con Vista, promosso dalla Gamec e organizzato da Luca Andreoni. L’interazione e la possibilità di accesso all’opera sono un bel problema. Cerchiamo di fare il possibile per strutturare i progetti a livelli, in modo che l’interazione sia diversificata e in linea di massima sempre garantita. Sappiamo che ogni opera che esce dallo studio deve camminare con le sue gambe: nel momento in cui entra in contatto con il pubblico accadono tutta una serie di cose che sfuggono al nostro controllo e alla nostra capacità di previsione. E questo, in fondo, è il bello dell’arte.»

Andrea Tinterri