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THE ART REVIEW

  • editoriale
  • se l’ARTE è comunicazione.
  • di Andrea Tinterri e Christina Magnanelli Weitensfelder

Partiamo dalla copertina, il primo luogo in cui sostare e iniziare un ragionamento. Abbiamo voluto dare spazio ad un autore fuori dai classici schemi merceologici capaci di sedimentare nella memoria collettiva alcuni volti riconoscibili. Franco Summa e la sua scrittura del colore, un alfabeto spesso applicato allo spazio pubblico in grado di ricodificare la quotidianità dell’abitare. Una voce importante, che oggi crediamo abbia bisogno d’essere storicizzata, compresa e inserita in una storia dell’immagine che ultimamente sembra di scarsa memoria. Sulla scia di questa scelta abbiamo insistito sul rapporto tra spazio e uomo interpellando Ugo La Pietra, amico e compagno di viaggi di Summa e di 108, uno degli street artist più interessanti della scena contemporanea internazionale. Due modi diversi di pensare l’arte pubblica, di riflettere sulla fruizione, su come l’osservatore, consapevole o inconsapevole, possa relazionarsi con l’opera, con un segno stratificato nel tessuto urbano. E poi ancora paesaggio e territorio con le riprese di Giulio Archinà, fotografie scattate dal deltaplano, la restituzione di una terra difficile come quella calabra. La lunga progettualità del duo milanese The Cool Couple, una fotografia ormai ibrida dove lo scatto è parte di un sistema linguisticamente più complesso, una delle tante forme che la fotografia oggi sta, inevitabilmente, assumendo. Come nel caso, anche se con modalità diverse, di Giancarlo Maiocchi in arte Occhiomagico, che dal 1971 pensa alla comunicazione come un percorso caleidoscopico: fotografia, disegno, video, performance, etc. Miscellanea sintattica evidente, anche, nel felice rapporto tra Elisa Montessori e Raffaella Benetti. Il linguaggio della fotografia e quello della pittura, due personalità che, nell’autonomia del proprio lavoro, hanno trovato nell’antico topós della vanitas un luogo comune di confronto. Ripensare la video arte con Andrea Granchi e il suo lavoro sul filo degli anni Settanta. Una ricerca, che anche in questo caso, fa spesso appello al pubblico, all’osservatore partecipante, attivo, creatore. In ultimo vorrei ricordare l’intervista a Daniela Comani, e il suo costante dialogo con la Storia, i media e le nostre identità culturali. Un’artista attenta ai cambiamenti geopolitici e alle loro declinazioni sociali. Perché in un momento come questo, in cui ad ogni passo ci sembra di camminare su una polveriera, in un momento come questo in cui tirarsi fuori dai giochi è forse troppo tardi, è ancora più urgente fare attenzione al meccanismo della scrittura, a quello che si pubblica, a come costruire un lavoro redazionale, a come raccontare qualcosa. Non siamo una rivista di cronaca, non siamo una rivista che guarda alla politica in maniera diretta, non ci possiamo occupare del tentativo di golpe in Turchia o della situazione terroristica internazionale. Non lo possiamo fare, non lo vogliamo fare. Ma, con estrema lucidità, sappiamo di essere parte della Storia, di avere il ruolo di testimoni di una cultura, di una narrazione che si fa immagine per poi ritornare ad essere la parola. Per questa ragione la nostra responsabilità in questo momento è massima, urgente, indispensabile. Non è un caso che in questo numero abbiamo interpellato alcuni autori per i quali la partecipazione esterna è parte integrante dell’opera. La pratica della costruzione, o della ricostruzione, è uno dei temi su cui abbiamo voluto porre l’accento. Perché il nostro non è un ritiro sull’Aventino, ma è una forma di resistenza fatta con i mezzi che sappiamo usare e con le idee che sappiamo raccogliere. Probabilmente non abbiamo le capacità di cambiare la storia, ma ne facciamo parte, e questa è la nostra lotta: restandoci dentro, raccontandola con i pensieri e le immagini delle ‘Anime Belle’.