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THE ART REVIEW

  • the portfolio interview
  • BAR DE OLVIDO
  • Paolo Simonazzi
  • di Andrea Tinterri

Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Mantua, Cuba, 2015


Paolo Simonazzi, Davide Barilli e Enrique Pertierra

Mantua, Cuba. L’ultimo progetto di Paolo Simonazzi. Una ricerca nella provincia cubana: uno sguardo nella storia di un piccolo paese, un microcosmo che protegge la propria leggenda.

«Mantua è per me un ricordo da non dimenticare, è la memoria di un amico impegnato in progetti di cooperazione internazionale. Mi aveva parlato di questo posto all’estrema periferia di Cuba che visitò nel 1999, per una missione umanitaria, in collaborazione con la regione Emilia Romagna e con il comune di Reggio Emilia. Al suo ritorno a casa mi disse che avrei dovuto essere lì con lui per scattare qualche fotografia. Il racconto del viaggio mi aveva incuriosito a tal punto che mi strappò la promessa di un ritorno insieme, in quel posto, per riportare in superficie qualche immagine. Era estate, eravamo ad una serata della festa dell’Unità, quando ancora si chiamava così. Il tredici novembre dello stesso anno Velmore partì per una nuova missione in Kosovo; l’aereo su cui si trovava precipitò, senza lasciare superstiti. Da allora ho sentito il desiderio di andare in quel luogo della periferia cubana, di cui, in realtà, avevo solo il ricordo di un racconto di viaggio.» Questa è la premessa del progetto su Mantua, un prologo affettivo, ma indispensabile. Un prologo di cui, nello scorrere delle fotografie, non si sente l’eco diretto. C’è solo un’immagine di una targa a ricordo della missione del ’99, un piccolo rettangolo con sfondo bianco appeso nell’ospedale locale. Ma è la sedimentazione del ricordo a creare una base programmatica su cui lavorare, a costruire quei presupposti per iniziare il progetto e ritrovare in un luogo, intimamente mitico, un sentimento che tutto riavvolge, chiarendo la direzione del racconto.

«Il progetto ha stanziato nella mia mente per anni, fino a quando, nel 2012, ho conosciuto lo scrittore Davide Barilli che ha avuto un ruolo fondamentale nella genesi di questo lavoro. Davide ha un rapporto confidenziale con Cuba, frequenta spesso l’isola mantenendo un ruolo attivo di narratore e al contempo di ‘agente culturale’. Gli ho confidato il mio desiderio di un progetto fotografico su Mantua e, dopo un tempo piuttosto lungo e grazie ad alcune coincidenze fortunate, sono riuscito a convincerlo a collaborare nella costruzione del percorso. Grazie a Davide ci siamo messi in contatto con Enrique Pertierra; un personaggio straordinario che sembra uscito da un libro di Marquez. È lui che ci ha ospitati nella sua casa durante le riprese del progetto.»

Ma il filo rosso che avrebbe dovuto tenere insieme i diversi fotogrammi non aveva coordinate predefinite. Da una parte c’era la necessità emotiva di vedere e fotografare uno spazio, dall’altra l’approfondimento storico/leggendario che nel tempo Paolo e Davide erano andati studiando, aveva riportato alla luce un interessante legame tra Mantua e l’Italia. Un rapporto presunto, ma supportato da alcuni dati e sollecitazioni che potevano bastare per dare adito a teorie più o meno scientifiche o fantasiose.

«La leggenda vuole che Mantua sia stata fondata da cittadini italiani. Una delle prove è la testimonianza di cognomi italiani, per lo più genovesi come Pittaluga, fra gli abitanti del paese. La versione più verosimile vorrebbe che Mantua fosse il nome di un brigantino affondato nelle acque caribiche nel Seicento. Alcuni dei sopravvissuti potrebbero essersi insediati nell’attuale cittadina e fondato una comunità. Un altro aspetto piuttosto curioso è che a Mantua, unica cittadina di tutta Cuba, viene praticato il culto della Madonna della Neve, altro dato che avvicina il territorio ad un’antica tradizione italiana.»

A questo punto mancava il nesso, il rapporto che potesse coniugare due situazioni, due prospettive, piuttosto diverse. Mancava l’unità narrativa.

«Vicino a dove eravamo alloggiati abbiamo trovato un edificio in abbandono, quasi completamente diroccato, su cui compariva una scritta: Bar dell’Olvido. Davide mi guarda e mi chiede: ‘ma tu sai che cos’è l’olvido? È il sentimento della dimenticanza’. È stato a quel punto che ho capito come avrei impostato il lavoro. Da quel momento ho iniziato a ragionare su questo tipo di sentimento, sulla dimenticanza, su quello che poteva significare in quello spazio. Una progettualità che mi consentiva di restituire il ricordo dell’amico Velmore, che credo si possa considerare un eroe dimenticato e, contemporaneamente, di lavorare sulla storia e sulla leggenda di un luogo ai confini del mondo.» E il racconto prende forma. Anzi, forse, conoscendo la produzione precedente di Paolo Simonazzi (Bell’Italia, Cose ritrovate, Tra la via Emilia e il West, Mondo Piccolo) possiamo dire che la narrazione semplicemente prosegue spostandosi un po’ a Sud, ma rimanendo fedele alla ricerca di microcosmi, piccoli paesi che la leggenda conserva nella loro integrità e onestà intellettuale.

«Questo progetto continua il mio lavoro sui piccoli mondi, sulla provincia come condizione dello spirito. Leonard Cohen sostiene che quando un autore compone una canzone, compone sempre quella canzone. In effetti anche a Mantua ho ritrovato atteggiamenti simili a luoghi distanti nello spazio, che avevo precedentemente fotografato. Ho scoperto i simboli che hanno caratterizzato la cultura e l’educazione di quel paese. I simulacri della rivoluzione cubana non hanno la stessa forza di quelli che si possono trovare a La Habana, dove appaiono più incisive le testimonianze dirette della propaganda. A Mantua sembra tutto filtrato dalla distanza temporale e geografica. È un luogo ancora protetto e lontano dall’apertura cubana all’occidente. Non credo sia un caso che il colore che più caratterizza questo progetto sia l’azzurro. Goethe scriveva: ‘L’azzurro è tra i colori del lato del meno, dispone ad uno stato di inquietudine, di tenerezza e nostalgia. è il colore più luminoso che porta con sé qualcosa di scuro.’»

Andrea Tinterri