#AImagazine
THE ART REVIEW

  • portfolio / intervista
  • Dopo le Mutazioni
  • Alessandro Sambini
  • di Andrea Tinterri


Alessandro Sambini, Ghè Pronto! - Ceto, 2007

Alessandro Sambini, Jean Cloude Was Hit By A Train, 2016


Alessandro Sambini, TGS - video still, 2014


Alessandro Sambini, What I wanted to see/varva, DV-PAL, 8 minuti, 2014


Alessandro Sambini, Dov’è il Polesine, “trota”, 2005


Alessandro Sambini, Mompracem - Roma, 2007


Alessandro Sambini, Dov’è il Polesine, panchina, 2005


FAlessandro Sambini, Carbonato, 2009


Alessandro Sambini, Parabrezza, 2009


Alessandro Sambini, ABTGOGA #1 DUBAI, video still, 2010


Alessandro Sambini, TGS, video installazione, still video, 2014

La prima volta che abbiamo parlato la fotografia era ancora lo strumento predominante, quello che scandiva le tappe della sua ricerca. Questa fermezza è andata progressivamente a rompersi e credo sia stata la sua fortuna. Oggi utilizza performance, video, foto, scrittura, ecc. spesso creando un prodotto ibrido, difficilmente contenibile. Che cos’è successo?

«Mi sono progressivamente reso conto dell’impossibilità di tradurre la complessità che mi circondava attraverso una singola immagine o una serie. Mi sono ritrovato più volte a costruire apparati teorici importanti e a tentare di distillarli in una o più fotografie, non riuscendoci. Mi sono scontrato con la mia ingenuità, o spontaneità, che attribuiva alla fotografia una capacità di astrazione e trasmutazione di ciò che guardiamo che ultimamente ritengo appartenga di più, per esempio, alla pittura. Per esempio, nel 2007 ho realizzato l’immagine di un venditore di anfore davanti a un centro commerciale, che per me riassumeva quanto sostenuto da Zygmunt Bauman sulla contemporaneità liquida. Traduceva visivamente il concetto di ‘accerchiamento’: al centro la società capitalista occidentale rappresentata dal centro commerciale, all’esterno un venditore di vasi straniero che sfidava la fortezza e ne minava la solidità, proponendo merci di minor valore. Ero convinto che l’apparato visivo che avevo costruito incollando cinque lastre 10x12 e panoramicando a ogni scatto da una piattaforma alta quindici metri fosse autosufficiente, poiché credevo che contasse di più il processo che sottendeva l’immagine, le premesse teoriche, rispetto al risultato estetico. Tentavo di far coesistere il tutto in un lavoro che avesse una formalità definita. Di fatto, però, quest’immagine non era autosufficiente: la gente vedeva un edificio, una strada, un venditore di vasi, un cavalcavia e io dicevo: “ma come, non noti la pressione che arriva dai paesi emergenti nei confronti della società consumistica?”.

Pensavo anche che un’immagine potesse cambiare il mondo: rappresentare visivamente un tema poteva spostare opinioni? Col tempo ho imparato che questo è possibile ed è una pratica abbondantemente sfruttata per scopi politici, ma non sarà mai solo l’immagine di per sé a cambiare le cose, bensì il contesto e il veicolo che la accompagna. Fotografare era diventata una responsabilità. Per questo motivo ho deciso di smettere e ho iniziato a concentrarmi sul veicolo più che sull’immagine finale. Era appena nato Flickr e trovavo che tutte le fotografie necessarie fossero già state scattate o che il processo che avrebbe portato all’esaurimento delle fotografie da scattare fosse già iniziato. Questo è stato il momento chiave della mia ricerca: sono passato dalla produzione di immagini al loro riutilizzo; il fatto che questo processo sia accompagnato da performance o da video è del tutto casuale e contingente (per esempio nella prossima mostra sto pensando di utilizzare la pittura). La fotografia è solo uno dei tanti linguaggi da prendere in prestito al bisogno.»

I suoi progetti hanno spesso un doppio accesso, penso ad esempio a A Bombed Tower Grasps Our Gaze Again, a Replay! o al recente I will build a stronghold. La riflessione si sdoppia in ricerca sulla criticità e sull’uso della rete che viene affiancata alla stretta contingenza geopolitica contemporanea. «Le immagini hanno un ruolo fondamentale nella conformazione ideologica delle persone: viviamo in tempi di ideologia visuale più che politica. Ad un tassista romano dopo la strage di Parigi chiedevo perché fosse successo e lui mi rispose inconsapevolmente citando, come fossero parole sue, ciò che veniva ripetuto dai media: “siccome la Francia attacca i loro bambini allora l’ISIS risponde attaccando la Francia dov’è più debole”. Traspariva una dinamica semantica evidentemente importata in quanto molto rigida e che non permetteva fughe. Se gli avessi chiesto “disegnami l’ISIS” cosa avrebbe disegnato? Mi domando se la nostra società sia pronta ad affrontare la massa informe di informazioni visive veicolate quotidianamente. Non c’è tempo di guardare un’immagine, valutarla, escluderla o tenerla in considerazione per eventualmente decidere di passare a un altra o di spegnere il computer, il cellulare. Non resta che chiudere gli occhi e lentamente scacciare tutti i fantasmi che a mano a mano si sono sedimentati nella nostra immaginazione.»

A tale proposito il suo ultimo lavoro prende forma da un fatto di cronaca, anzi potremmo dire una vicenda politica. Qualcosa che probabilmente ha modificato il rapporto dell’occidente con l’idea di vacanza balneare. «I will build a stronghold è un progetto che si inserisce nella cornice di Stories from the Edge, un progetto itinerante ideato dalle artiste Nayari Castillo e Kate Howlett-Jones in collaborazione con la curatrice Francesca Lazzarini, volto a esplorare il rapporto tra turismo e territorio lungo le coste di Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Istria croata in periodo di bassa stagione. Ritengo che, dopo la strage di Sousse, il 26 giugno 2015 in Tunisia, sia difficile parlare ancora di alta e bassa stagione e non riconsiderare l’idea di turismo in generale. Sousse ha contribuito a modificare l’immaginario vacanziero. Cerco di spiegarmi. Negli ultimi anni molti scenari noti, da cartolina sono stati ‘sporcati’ da esplosioni, ‘rovinando’ l’idillio visivo che accompagnava certe esperienze. Un’esplosione crea un trauma fisico, un’esplosione ripresa da una telecamera crea un trauma visuale in quanto sconvolge le aspettative anche di chi non c’è, di chi considera la vacanza come “[…] un sollievo dopo mesi di fatica una manna dopo quest’ultimo periodo che non ce la facevo più dodici ore alla scrivania poi l’ultimo mese ho avuto delle consegne che mi hanno impedito di vedere mia moglie che poi quella adesso è comunque incazzata perché quest’anno non riusciamo ad andare al mare prima di luglio […]” (Sceneggiatura della Contemporaneità, Sambini, 2016).

Pensare che lo scooter d’acqua che si sta avvicinando sia cavalcato da un assassino (come è successo a Sousse) e che l’ombrello parasole che tiene sotto braccio possa nascondere un fucile automatico rende ansiogena anche l’idea di spiaggia. Un po’ come quando si vede Lo Squalo di Steven Spielberg la prima volta: quando poi si va al mare, ci si immerge con più cautela. Lo scopo del mio progetto non è tanto quello di suggerire che ogni barcone che arriva all’orizzonte sia foriero di pericoli, né che ogni persona che guida uno scooter d’acqua con un ombrello sia un terrorista o che le spiagge siano un territorio minato. Cerco di mostrare come tutto ciò che diamo per scontato e assodato non lo sia.I will build a stronghold è una gara di castelli di sabbia rivolta a cinque scultori. Lo scopo è quello di rinnovare la forma dei castelli di sabbia aggiornandoli alle attuali fortificazioni militari. I castelli di sabbia che i nostri figli costruiscono sono copie di fortificazioni apparse in Europa a cavallo del undicesimo e dodicesimo secolo che hanno cessato di funzionare in quanto incapaci di resistere ai colpi dell’artiglieria nemica. Trovavo che nel 2016 fosse desueto accontentarsi di una struttura medioevale:esistono così tante aziende militari che attualmente producono torri per le zone di conflitto che non ha senso essere appagati da merli e bastioni.»

Crede in un ruolo dell’arte, soprattutto in relazione all’attualità politica e sociale? «All’inizio del mio percorso pensavo che un’immagine potesse cambiare il mondo. Rappresentare visivamente un tema poteva spostare opinioni? Nel tempo ho imparato che questo è possibile ed è una pratica abbondantemente sfruttata per scopi politici, ma non sarà mai solo un’immagine di per sé a cambiare le cose, bensì il contesto e il veicolo. Sono convinto che l’arte sia responsabilità, anche solo nel suggerire l’esistenza di un’alternativa o la possibilità di un cambiamento.»

Ci sono autori, non necessariamente nell’ambito dell’arte, con cui si confronta e che la aiutano nella definizione della sua progettualità? «Sì, vengo influenzato quotidianamente dalle professionalità e fonti più diverse. Il mio interlocutore privilegiato, per esempio, per il progetto I will build a stronghold è Igor Barbini, muratore-carpentiere trecentese.»