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THE ART REVIEW

  • intervista / portfolio
  • Disegnare Utopie
  • Alessandro Mendini
  • di Nicola Pinazzi


Alessandro Mendini

Alessandro Mendini, Alchimia, Arredo Vestitivo, Performance, 1982, committente Fiorucci


Alessandro Mendini, Anna G, cavatappi, committente Alessi, 1994


Alessandro Mendini, Poltrona di Proust, 1978


Alessandro Mendini, Casabella, Gorilla del Beringei, copertina, fotomontaggio (aggiunta di aureola), 1973


Alessandro Mendini, Surface, Interni Legacy, Statale di Milano (part.), 2012, ph. Saverio Lombardi Vallauri


Alessandro Mendini, Sei mobiletti, portagioie, 1986, committente Daichi & Co.


Alessandro Mendini, Alchimia, modulando, mobile contenitore, 1980


Alessandro Mendini, Kandissi divano, 1978


Alessandro Mendini, Mobile Infinito, colonna audiovisivi, 1981


Alessandro Mendini, Macaone tavolo, 1984, Commitente Zanotta, Zabro

Con la premessa del nome siamo sicuri che in questo spazio non parleremo di funzionalismo, realismo, white cube o innovazioni tecnologiche; ma piuttosto di kitsch, romanticismo, puntinismo, storia del design o storia del progetto.

E’ proprio la storia dietro l’oggetto che Alessandro Mendini riesce a scrivere e dare forma. Potremmo osservare il suo manifesto, la Poltrona Proust, e tentare di sottolinearne il processo mentale che lo porta alla composizione; una metodologia progettuale che andrà a caratterizzare la sua lunga professione. Forse un buco all’ultimo minuto o forse per sua piena volontà, scrisse un articolo, tra il 1968 e il 1969, dal titolo Metaprogetto si e no. Erano i tempi della ricostruzione post-bellica, l’operazione di infrastrutturazione del suolo più importante dell’ultimo secolo. Parlando di ‘prefabbricati concettuali’ Mendini chiedeva di non considerare gli spazi in cui viviamo e le città che costruiamo come dei modelli da reiterare, deterministici nella forma e nella funzione; precisando che qualsiasi fenomeno di design deve portare alla realizzazione di oggetti significanti, e anche «le forme architettoniche per essere valide devono essere strettamente coerenti (rapporto di azione e reazione) a determinati significati socio-politico-filosofici, e senza tale collegamento si riducono ad essere vuoti giochi formalistici (corrispondenza tra segni e significati).». Aveva compreso che era già troppo tardi ed era necessario un’inversione di marcia nelle arti applicate, non un ritorno al passato, ma alle radici dell’espressione umana, all’anima delle cose. Sentiva la necessità di nuove utopie visive intuendo il fallimento del design di stampo funzionalista, convinto che le città o gli spazi perfettamente razionali sono anche perfettamente incomprensibili ed invivibili. Ricerca quindi una nuova visione e la realizza con un’attenta ed equilibrata rielaborazione intellettuale, letteraria in quanto narrativa, quando, a lavorare come capo-redazione nello sviluppo della rivista specializzata di architettura Casabella, si ritrova a dimostrare la corrispondenza tra glie eventi e la parola, tra l’arte e la scrittura, tra una cultura e la sua linguistica. Questo ampio sguardo sulle diverse manifestazioni culturali-artistiche-filosofiche che Mendini dimostra di voler mettere in atto proviene dalla umile necessità di ascoltare ogni espressione artistica che potesse aiutarlo a comprendere ed essere testimone-scrittore della sua contemporaneità, nonché espressione artistica del suo tempo. Unisce design, arte e letteratura. Sul piano dell’immaginazione realizza contraddizioni concettuali affiancando espressioni linguistiche differenti che derivano da realtà critiche diverse. Vuole restituire all’individuo la stessa atmosfera in cui lui stesso è immerso: la sua attenzione è incentrata sulla semantica dell’oggetto e dello spazio, non sulla sua funzione. Pensa come un artista in quanto libero da schemi prestabiliti ma schiavo delle emozioni; ricerca una comunicazione personale creando alfabeti visivi basici, primordiali; sogna, ricerca, crea quella relazione-distanza tra l’opera e chi la guarda; quella tensione, quella risposta emotiva dell’osservatore al suo primo incontro con l’oggetto. Riprende nell’arte l’aspetto emotivo-antropologico di amore, morte, gioia con cui intende rivolgersi all’uomo contemporaneo. Dai materiali artificiali ai naturali, dai colori primari ai sintetici A.M. non ha preferenze, non gli interessa assegnare valenza filologica agli elementi costitutivi del progetto, solo associarli ad una sensazione e quindi al loro rapporto con l’ambiente. Una sensazione che proviene dalla letteratura, e grazie ad un gesto artistico, nel rispetto di un tempo zero del progetto, vede incontrarsi e dialogare amichevolmente Proust nel suo salotto parigino con Signac, in una giornata di pioggia, parlando dello stato dell’arte delle cose, sperando in tempi migliori. Riprende il puntinismo a cui attribuisce una immaterialità, una tecnica espressiva aperta, non finalizzata ad un unico messaggio di un preciso momento.

La frammentazione, la riprogrammazione della struttura della tela dipinta sono per lui uno strumento di comunicazione che gli consente di viaggiare nel tempo e navigare fino ai tempi di Proust, sedere con lui nel suo salotto, raccoglierne i profumi e i colori dipinti su una tela da chi quella stanza avrebbe potuto vederla.

Nei segni di Paul Signac, nel carattere del frammento di una immagine globale, trova uno strumento di comunicazione che sopravvive nel tempo. La vicinanza di Germano Celant, Archizoom, Superstudio, negl’anni di editoria, è stata fruttuosa per la crescita personale di Mendini. Le riflessioni, le discussioni e i chiarimenti dello storico dell’arte e le nuove proposte dai gruppi dell’Architettura Radicale hanno portato ad una maggiore consapevolezza del valore di un oggetto fino al suo definirsi opera d’arte. Ed è in questo ambito che troviamo la chiave di lettura che sottende il progetto della Poltrona Proust.

Grazie a Marcel Duchamp «ogni limite è divenuto inammissibile. Agire, pensare, comunicare sono diventati fatti estetici ed artistici. Duchamp ha fatto esplodere l’apparenza dell’arte e vi ha sostituito l’idea.».

Questa riflessione spiega la scelta del Ready-made, il gesto con il quale stacca l’oggetto dal suo valore autentico di prodotto artigianale per assegnargli un carattere sintetico, slegato dal concetto di riconoscibilità, privato del suo tempo e del suo luogo, avvicinandolo ad una funzione immaginifica: una nuova utopia visiva. Una finta poltrona settecentesca, un Ready-made trovato al mercatino, era il paradosso della materia che giustificava la sua operazione estetica-concettuale. La semplice operazione di scrematura degli oggetti o degli stili sono comunque operazioni di estroflessione della propria anima con cui il progettista esprime se stesso e filtra il suo messaggio tramite la sua opera. Un oggetto che appartenesse stilisticamente ad un periodo storico, quello Barocco che vedeva il fondersi delle arti nell’architettura della città; unione di struttura e decoro, statica e indeterminatezza delle forme nelle quali si specchiano i lineamenti del romantico Mendini. Andando a scorrere la sua produzione è chiaro il carattere open-source. è nel tempo che la sua piccola campitura di colore cambia carattere, si estrude in un tassello di ceramica e ricodifica interi volumi, si nebulizza in un pixel e riprogramma la nostra contemporaneità. Mendini non vuole intervenire a livello strutturale sull’oggetto, ma sulla sua comunicazione, o estetica per semplificare. I suoi strumenti di lavoro sono la narrazione, le forme semplici, il contrasto, l’utopia, insomma una colta ironia chiamata kitsch.

Nicola Pinazzi