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THE ART REVIEW

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  • HONG KONG EXPRESS
  • Alessia Leporati
  • di Domenico Russo

Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2013, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2013, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2013, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2013, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2013, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2014, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2014, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2015, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2015, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2015, pellicola kodak color, contax T2


Alessia Leporati, Hong Kong Expres, 2015, pellicola kodak color, contax T2

L’ex colonia britannica, dal 1997 è sottoposta a un processo di continentalizzazione che stringe una morsa grigia intorno alle abitudini libertarie di cui godeva gran parte della popolazione. Hong Kong è la città che Alessia Leporati (Parma, 1981) ha fotografato di più finora, adattando tecniche differenti ai cambiamenti repentini che si sono susseguiti inesorabili di anno in anno.

«Ogni volta mi è sembrata diversa e ho cercato di fotografarla anche in modo diverso, digitale e poi solo pellicola, solo ritratti e poi solo luoghi o dettagli e situazioni», puntualizza. Usa solitamente la macchina fotografica per stabilire un’interazione personale col mondo che la circonda, così che ogni strato, famiglia, amici, società e natura, diviene luogo d’indagine e talvolta di dialogo. Grazie, però, soprattutto alla sua capacità analitica che, dalle veloci e profonde incursioni in Asia, nasce questa serie fotografica.

In Hong Kong Express (2013/2015) il mondo politico/economico, apparentemente assente, aleggia nello spazio insinuandosi tra le strade e sui volti stanchi a volte addormentati dei soggetti. E tutto, dai prodotti dei negozietti disposti in sequenza per poi passare attraverso le pubblicità o le scritte e le insegne o il paesaggio stesso, rimanda a questa presenza. Profonde increspature identitarie si sono venute a creare e tra di esse Alessia Leporati s’è mossa con sicurezza tracciando schemi diversificati di una società in fase di cambiamento. Scatto e sguardo sono i parametri cognitivi con cui principia il percorso. Tecnico l’uno e sensibile l’altro, li fa coincidere tra di loro per inquadrare uniformemente le peculiarità di una condizione esistenziale sigillata nell’asettica solitudine moderna. Hong Kong Express è un’analisi del processo di perdita dell’identità, il quadro conciso di un ingranaggio su cui la fotografa scivola cogliendo la marginalità di un vivere. La luce, principio attivo di ogni lavoro, calda tanto quanto sarebbe quella di un sole che finge misericordia, illumina un gelataio che pare pensi a strani segreti mentre consegna il cono alla crema come fosse la staffetta per il fallimento, in altri scatti si riversa sui turisti che voltano le spalle alle divinità in cerca di una foto di gruppo o sui negozianti remissivi che vendono frutta che pare finta. Mentre è il cellofan, sulle voliere vuote in un negozio d’animali, a brillare in sua vece come un cristallo da bancarella, circondando il proprietario la cui personalità è scomparsa dietro il pappagallo sulla sua spalla.

Sono le icone di una condizione esistenziale, fotografie che dietro i colori celano una notturnicità suadente che convoglia a sé l’attenzione, attirandola verso gli ultimi bagliori di un’energia che la Leporati vorrebbe difendere a ogni costo. Assistiamo così allo sgocciolare denso della dimensione individuale di una società che vede comunque tra le sue fila ragazzi capaci di far sentire la loro voce o giovani laureate, subito selfate, pronte allo scatto in superficie per portare a galla nuove speranze ma con l’ambiguità di una tarda innocenza ancora del tutto in bilico. In questo modo rende protagonista la città stessa, non come un semplice apparato di corpi e architetture ma quale sistema di memorie e speranze cui aderisce stabilendo un patto d’amicizia col soggetto. Un’unione necessaria affinché ogni foto custodisca la natura più profonda dell’uomo ed esprima con concisione le tare di una società in dissoluzione. L’incertezza svanisce a tratti, quando dai volti pacati di una coppia di anziani trapela una speranza sincera, lì alla fine di una via mentre guardano alla successiva senza voltarsi in dietro.

In Hong Konk Express, diversamente da altri lavori, Alessia Leporati non si limita a mostrare l’individuo alle prese con la sua personalità né si preoccupa di cercare un canale per sfoghi autobiografici bensì tenta liberamente di comprendere come le strutture umane mutano quando è a repentaglio l’integrità della propria individualità. Con un linguaggio bruciante di comunicatività, raffinato nel dettaglio e poetico nella costruzione, queste immagini acquistano anche valenza di manifesti per via degli interrogativi da cui derivano e per quella forza che ci tira direttamente dentro, chiedendo conto a tutti della portata dell’evento.

Domenico Russo