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THE ART REVIEW

  • interview
  • LA REALTÀ SEGRETA
  • Silvia Argiolas
  • di Domenico Russo


Silvia Argiolas, Stanza 1,  2016, tecnica mista su tavola (collezione privata)

Silvia Argiolas, Autoritratto blu, 2015, tecnica mista su lino,18x24


Silvia Argiolas, La tigre triste, 2016,   grafite su carta cotone, 30x40


Silvia Argiolas, Thema omaggio a Joice,   2016, tecnica mista su tela 50x70


Silvia Argiolas, Pussicat, 2015, tecnica mista su tela, 110x150   (collezione privata)


Silvia Argiolas, Quattro, 2016, tecnica mista su carta cotone


Silvia Argiolas, Tre, 2016, tecnica mista su carta 20x30


Silvia Argiolas, Ballerina alcolizzata, 2016, tecnica mista su lino, 20x30


Silvia Argiolas, Leave, 2015, acrilico su tela, 110x150 (collezione privata)


Silvia Argiolas, stanza 2, 2016, tecnica mista su tavola (collezione privata)


Silvia Argiolas, Il problema del pesce, 2016, tecnica mista su carta

Nata a Cagliari nel 1977, vive e lavora a Milano. Silvia Argiolas è una delle pittrici più importanti del panorama italiano attuale. La sua pittura è un luogo di catarsi e rigenerazione, dove il tentativo di comprensione sarebbe vago se non si fosse consapevoli dell’entità da maga che la pervade.

L’urgenza comunicativa svincola da bozze preparatorie e scatena onde introspettive che si riversano sulla tela con interferenze esistenziali e grottesche configurazioni d’ideali umani. Rivoltando il tutto nella loro sacra e a volte squallida ambiguità, Argiolas apre le porte di un mondo onirico, specchio d’una realtà storta dove la bellezza, nella sua accenzione più commune, è talvolta contaminata chimicamente da emulsioni organiche. Un posto abitato quasi sempre da fanciulle diaboliche, animali minacciosi, lupi sacri, prostitute regine, personaggi fantastici e reali in equilibrio grazie al codice sentimentale e visionario oramai caratteristica consolidata dell’artista sarda. Avere l’opportunità di parlarci consente lo spostamento, seppur parziale, di alcuni dei veli alchemici che la circondano come un’elegante sposa nera.

Buonasera Silvia, prima d’addentrarci nel suo lavoro vorrei chiederle com’è iniziato il viaggio verso ciò che ora è e fa. «É difficile descrivere l’inizio del mio viaggio verso quello che sono oggi. C’ è stato un fatto molto personale che mi ha fatto cambiare la percezione del mondo e mi ha reso più vulnerabile. Mi ha fatto comprendere come tutto non può essere sempre stabile, di come siamo impotenti davanti alla natura. Ho iniziato a mettermi a nudo di fronte al prossimo, a mostrarmi per quello che ero, ma logicamente tutto ha un prezzo da pagare. Molte persone sono sparite in questo percorso, ma queste perdite sono state utili per guardare dentro di me e capire dove sbagliavo. Continuo a lavorare su me stessa cercando di fare meno danni possibili.»

Le sue figure mi catturano e con malizia m’invitano a rimanere, a non andare via per attendere l’inizio di qualcosa o per raccontarmi ciò che poco prima è accaduto. Allora ho pensato al rapporto che ognuno di noi ha con il passato, al tempo trascorso come un luogo da cui ci si allontana difficilmente e altre volte in cui ci si rifugia per piacere. Il passato c’entra, contano le sue origini? Penso che le radici spesso non siano solamente luogo di ritorno ma strascichi da cui non ci si libera. «Esordisco dicendo che odio il passato e amo il presente, ma soprattutto il futuro. Irrimediabilmente tutto torna, delle volte nei sogni altre nelle tele. Non amo chi parla sempre con piacere di ciò che è stato, odio le persone che ti cercano dopo anni di silenzio convinti di trovare la stessa persona e rivivere il passato. Generalmente mentre le osservo penso ‘non è possibile che io frequentavo persone simili’. In quel momento capisco che io ero altro. Quando sono andata via dalla mia terra ero molto felice perché pensavo che mi sarei allontanata da una situazione familiare che mi assorbiva mille energie. Il passato ci segna e non ci risparmia.»

Quando vidi per la prima volta una sua tela fui subito colpito dai colori e dall’ambiguità di alcuni soggetti. E ogni volta mi coglie un certo smarrimento con un’immediata fascinazione. Dopo questa prima fase mi pongo delle domande alle quali rispondo con difficoltà e non sempre lo faccio. Ho capito che un certo rispetto per ciò che guardavo m’impediva di andare a fondo facilmente. È la sensazione d’addentrarmi in un territorio psichico sconosciuto nel quale potrei trovare qualcosa di mio, un limite che ogni volta devo superare per stringermi ai suoi personaggi. Perché succede ciò? È stata un’esperienza personale o, che lei sappia, l’ho condivisa con altri? Credo poi d’aver capito che avevo a che fare con qualcosa di personale e allo stesso tempo qualcosa che riguarda tutti.

«Si hai letto bene, nelle mie opere mischio il personale con dei fatti realmente accaduti. Mi piace ascoltare le debolezze altrui per comprendere le mie. Amo i difetti fisici. Non amo le persone che sorridono sempre né il sole perché mi ricorda il passato, non amando il passato odio il sole. Amo il cinema perché mi fa da terapeuta ad un prezzo più basso. Mi piace l’idea di non definire i rapporti umani, gli amori. Mi piace parlare chiaramente anche se poi nel mio lavoro l’ambiguità regna. I miei personaggi perdono sempre qualcosa dal seno e dalla bocca, forse persone, il passato, spero mai l’umanità.» L’umanità non la perdono. Penso sia proprio l’eccesso d’umanità la loro condanna e una sovrabbondanza di sensibilità che dilata la pelle fino a sgretolarne la superficie.

Fuoriesce tutto sotto la pressione di un mondo che per alcune persone è più vivo e in quanto tale, più duro. Penso che ogni goccia d’umore corporeo dispersa sia una reazione ad un’emozione precisa. Lei lavora come se intingesse il pennello direttamente dentro lacrime, latte, saliva, sangue, sperma, urina ma al contatto con la superficie i pigmenti assumono il colore che realmente corrisponde all’emozione che le ha generate. Ne consegue una tavolozza variopinta che mi pare non abbia limiti. Nella sequenza di opere ci sono degli avvallamenti dove si schiarisce tutto e rimangono il bianco, il nero, forse usa anche la matita in questi casi o un po’ di spray. Cosa succede quando vuole il colore o quando dirotta lo spazio e la figura verso una certa amenità? «Quando dipingo sto bene sono serena, proprio perché mi allontano da una società che non riesco a capire, però logicamente devo fare i conti con l’inconscio che solitamente va per la sua strada. Non prevedo cosa capiterà, l’unica previsione sicura è la morte.»